Selasa, 31 Mei 2016

Il rapporto tra giustizia e misericordia Nella Bibbia, in Tommaso d’Aquino e in Papa Francesco


 Premessa
Questo lavoro scaturisce dalla mia lettura del n. 20 della Bolla Misericordiae vultus di Papa Francesco, in cui egli evidenzia un rapporto intrinseco tra giustizia e misericordia sulla base della visione biblica dei due concetti.
Questo rapporto (per lui, Papa Francesco) è molto importante per evitare la concezione legalistica della giustizia, cioè osservare la legge letteralmente. Questa tendenza legalistica crea la separazione. Dice il Papa: “Davanti alla visione di una giustizia come mera osservanza della legge, che giudica dividendo le persone in giusti e peccatori, Gesù punta a mostrare il grande dono della misericordia che ricerca i peccatori per offrire loro il perdono e la salvezza”.[1]
Nel contesto culturale e religioso, almeno del Vangelo, questa giustizia legalistica creava una esclusione tra i giusti e i non giusti; tra i santi e i peccatori, gli osservanti e i non osservanti. In particolare, se funzionasse ancora la legge: ‘occhio per occhio, dente per dente’, allora tutta la gente mancherebbe almeno di una parte del corpo. Nel nostro contesto la giustizia legalistica permette l’oppressione e la violenza. In fondo al principio legalistico c’è sempre la preoccupazione della credibilità della legge, perché, con la mentalità attuale, non priva dalle interesse personali, sembra che la legge sia favorevole solo ai potenti (es: la legge elettorale in qualche paese; in Indonesia in certo periodo di religiosità, di giorno i ristoranti sono pregati di non aprirli, per favorire la maggioranza).
 “Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare”.[2] Giovanni Paolo II precisò il rischio grosso di questa giustizia legalistica, dicendo: “E’ ovvio, infatti, che in nome di una presunta giustizia (ad esempio, storica o di classe) talvolta si annienta il prossimo, lo si uccide, si priva della libertà, si spoglia degli elementari diritti umani”.[3] La tendenza a percepire la giustizia in questo modo è molto opprimente, fa perdere a questo concetto il suo valore liberante e umano. La giustizia legalistica crea più la morte che la vita; crea più la separazione e la distanza che l’unità. Il papa intuisce questa decadenza del valore originario della giustizia perciò vuole recuperarlo rapportandolo al concetto di misericordia perché “L'esperienza del passato e del nostro tempo dimostra che la giustizia da sola non basta e che, anzi, può condurre alla negazione e all'annientamento di se stessa, se non si consente a quella forza più profonda, che è l'amore, di plasmare la vita umana nelle sue varie dimensioni. È stata appunto l'esperienza storica che, fra l'altro, ha portato a formulare l'asserzione: sommo diritto, somma ingiustizia (summum ius, summa iniuria). Tale affermazione non svaluta la giustizia e non attenua il significato dell'ordine che su di essa si instaura; ma indica solamente, sotto altro aspetto, la necessità di attingere alle forze dello spirito, ancor più profonde, che condizionano l'ordine stesso della giustizia”.[4]

In questo lavoro vorrei evidenziare il rapporto tra giustizia e misericordia esaminandolo dal punto di vista della Bibbia, di Tommaso d’Aquino e di Papa Francesco nel documento Misericordiae vultus.

1. Giustizia e Misericordia nella Bibbia
1.1. La giustizia di Dio e dell’uomo
La giustizia in senso biblico ha, tra le altre, una dimensione religiosa, esprime l’atteggiamento di Dio riguardo all’alleanza. L’agire di Dio è sempre coerente alla promessa fatta, con la quale ha stretto alleanza con il suo popolo. La giustizia di Dio si manifesta quando Dio compie le sue promesse, nonostante ci sia l’infedeltà del suo popolo eletto. Su questo argomento Walter Kasper dice: Il concetto Biblico della giustizia zaddiq e zedaqah (giusto e giustizia) è diverso. Non sta in oppposizione a questa definizione [la giustizia è la virtù che concede a ognuno, suum cuique, ciò che gli spetta (Ulpiano, III sec.)…] ma la determina e la rende concreta. Esso intende la giustizia come fedeltà all’alleanza di Dio con Abramo (Gen 15) e poi con il suo popolo eletto (Es 19 s.; Dt 5 s.). Giusto è colui chi si attiene alla legge dell’alleanza (Ex 24,3; Dt 5,1; 6,17.25; Sa 106,3.31), e l’ubbidienza alla volontà di Dio ovvero la fede va accreditata come giustizia (Gen 15,6; Sa 106,3.31; Rm 4,3.9.22; Gal 3,6; Gc 2,23). Così la giustizia non è un ordine delle cose e del cosmo, soprattutto non è solo una questione economica, ma la giustizia consiste sia nel rapporto relazionale e comprensivo di fede con Dio, sia nel rapporto solidale e rispettoso fra gli uomini e nel rapporto responsabile con il creato, che è affidato all’uomo e al suo uso perché lo coltivi e lo custodisca (Gen 1,28; 2,15; Sa 8,7 ss.)[…] È la convinzione fondamentale della Bibbia, che Dio è giusto e giudicherà il mondo con giustizia, con rettitudine deciderà le cause dei popoli (Sa 9,9; Atti 17,36)”.[5]
In questo senso la giustizia si riferisce alla fedeltà al rapporto stabilito: Dio è giusto perché è fedele all’alleanza ed è altrettanto vero che l’uomo è giusto mantenendo la fedeltà all’alleanza (nell’adorare e nell’affidarsi solo a Dio). In altre parole l’obbedienza al patto con Dio è l’espressione della giustizia umana verso Dio. Questa obbedienza è gradita a Dio anche nel cuore contrito per aver commesso l’infedeltà:“I profeti affermano: Non basta l’abluzione esteriore, Dio vuole la purificazione e la conversione interiore del cuore. La predicazione fondamentale dei profeti è la chiamata alla conversione (schub; metanoia) a Dio, cioè il ritorno al rapporto e all’amore iniziale (Os 2,21 s.; 14,5). “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15; cfr. Os 14,2 s; Ger 3,19- 4,4; Ez 33,11 ecc.). “Tu non gradisci il sacrificio, se offro olocausti tu non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi” (Sal 51,19; cfr. 34,19; 40,7 s; Is 66,2 ss.; Gl 2,12 s). Dio vuole diritto e giustizia e non sacrifici (Am 5,21-27; Is 1,10-17; 5, 8, 5-8; Zac 7,5-10), vuole la misericordia e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti (Os 6,6).[6]. La giustizia biblica, quindi, ha un valore relazionale[7], cioè è collocata nel rapporto con l’altro più che nel rapporto con una legge scritta..

1.2. La misericordia di Dio e dell’uomo
Ci sono due termini molto noti per identificare la misericordia nella Bibbia: sono hesed e rahamim. Il termine hesed (ebraico) viene tradotto con «misericordia», l’amore tenero e fedele, che appartiene al vocabolario dell’alleanza e che descrive il modo di essere e la bontà di Dio (cfr. Sal 103). Giovanni Paolo II in Dives in misericordia dice “Nell’antico Testamento hesed viene riferito al Signore [...] sempre in rapporto all’alleanza, che Dio ha concluso con Israele. Tale alleanza fu, da parte di Dio, un dono e una grazia per Israele”.[8] Il popolo eletto, Israele, è caduto nell’infedeltà dell’idolatria. Cosa fa Dio quando Israele ha rotto l’alleanza? Dio gli risponde mostrando il suo hesed: “Ma proprio allora hesed, […], svelava il suo aspetto più profondo: si manifestava ciò che era al principio, cioè come amore che dona, amore più potente del tradimento, grazia più forte del peccato.[9] Hesed è allora la fedeltà amorosa di Dio alla propria alleanza: Dio resta fedele anche quando il popolo tradisce, perché è il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà”(Es 34,6). Hesed di Dio significa che Dio è fedele a sé e mantiene la sua parola, quindi la misericordia è l’identità personale più profonda di Dio: “A chi voglio fare grazia e di chi voglio avere misericordia, avrò misericordia” (Es 33,19).
Il termine rahamim si riferisce all’amore materno e viscerale di Dio. Si può dire anche tale termine esprime la tenerezza di Dio: “La radice rhm evoca il grembo materno, e il plurale rahamin descrive quel sentimento ricco di emotività che è l'amore materno (cf. Is 49,15): la sua traduzione migliore è tenerezza”.[10] Siccome le viscere fanno parte intima della corporeità umana ne consegue che l’amore viscerale di Dio ha a che fare con il suo sentimento di bontà, di compassione che scaturisce o nasce dal profondo del suo essere. Il che significa che l’amore di Dio verso noi, come rahamim, nasce non da una legge esteriore che lo costringe, ma al contrario nasce da un sentimento spontaneo e gratuito, nasce dall’esigenza del cuore che lega la madre al figlio. Questo amore viscerale appare nell’atteggiamento di Dio che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cfr. la parabola del padre misericordioso di Lc 15,11-32). Vale la pena evidenziare la spiegazione di Giovanni Paolo II su questo argomento: “Il secondo vocabolo, che nella terminologia dell’Antico Testamento serve a definire la misericordia, è rachamìm. Esso ha una sfumatura diversa dal termine hesed. Mentre questo pone in evidenza i caratteri della fedeltà verso se stesso e della responsabilità del proprio amore (che sono caratteri in certo senso maschili), rahamìm, già nella sua radice, denota l’amore della madre (rehem = grembo materno). Dal più profondo e originario vincolo, anzi dall’unità che lega la madre al bambino, scaturisce un particolare rapporto con lui, un particolare amore. Di questo amore si può dire che è totalmente gratuito, non frutto di merito, e che sotto questo aspetto costituisce una necessità interiore: è un’esigenza del cuore. È una variante quasi femminile della fedeltà maschile a se stesso, espressa dalla hesed. Su questo sfondo psicologico, rahamìm genera una gamma di sentimenti, tra i quali la bontà e la tenerezza, la pazienza e la comprensione, cioè la prontezza a perdonare. L’antico Testamento attribuisce al Signore appunto tali caratteri, quando parla di lui servendosi del termine rachamìm. Leggiamo in Isaia:Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai (Is 49,15)[11].

 Davanti al Dio misericordioso che cosa fa l’uomo? L’uomo esprime la sua fiducia chiedendo il suo perdono e osservando i suoi commandi. Avere fiducia in Dio è l’espressione dell’amore dell’uomo verso Dio. Si può citare il caso di Davide il quale, dopo aver commeso un peccato, si è pentito e ha chiesto perdono a Dio. Mosè (Es 32) stesso ha chiesto perdono a Dio ricordandogli la promessa fatta ai Patriarchi di Israele.

1.3. Giustizia e Misericordia di Dio e dell’uomo nella Bibbia
Da queste spiegazioni si può affermare che sia la giustizia che la misericordia in senso biblico hanno a che fare con l’alleanza. Dio mostra la sua giustizia e misericordia per realizzare la sua promessa dando vita al popolo con cui si allea. Dall’altra parte l’uomo sperimentando la fedeltà di Dio gli esprime la sua fiducia. Quindi nella Bibbia la giustizia e la misericordia non si oppongono, anzi esprimono insieme l’identità di Dio o meglio l’atteggiamento di Dio verso il suo popolo e l’atteggiamento dell’uomo verso Dio.

2. Giustizia e Misericordia secondo Tommaso d’Aquino
2.1. La giustizia di Dio e dell’uomo
Per S.Tommaso la giustizia è “un ‘abito’, ossia una disposizione abituale dell’animo che tende a dare a ciascuno il suo, ciò che è strettamente connesso con una determinata persona sia per diritto naturale, sia per diritto positivo”[12]. Qui la giustizia ha a che fare con l’altro, cioè la disposizione di cogliere che l’altro è bisognoso come me e di riconoscere il diritto che spetta all’altro. Perciò tale giustizia crea un modo di rapportarsi/relazionarsi in modo paritario (uguaglianza). L’insistenza sul ‘dare a ciascuno ciò gli aspetta’ promuove il bene comune, cioè promuove il rapporto costruttivo/positivo e responsabilizzato tanto tra i singoli quanto tra la comunità e la singola persona e viceversa. Da qui derivano tre tipi di giustizia che conosciamo nell’ambito civile: commutativa, legale e distributiva[13].
 La giustizia di Dio secondo S Tommaso è distributiva nel senso che Dio offre o dà a ciascuno gratuitamente senza aspettare nulla in cambio. Nella rivelazione si vede molto la gratuità di Dio in cui si dona totalmente perché l’uomo abbia la vita. 

2.2. La misericordia di Dio e dell’uomo
Misericordia significa avere compassione per la miseria altrui e tale compassione scaturisce da un cuore misero che si avverte per chi versa in necessità, e che conduce/spinge una persona a prestare soccorso: “(…) è il sentimento di compassione che si avverte per chi versa in necessità, e che induce una persona a prestare soccorso: ‘misericordioso si dice chi ha un cuore pieno di commiserazione […] perché alla vista delle altrui miserie è preso da tristezza, come se si trattasse della sua propria miseria. E da ciò proviene che egli si adoperi a rimuovere l’altrui miseria. E questo è l’effetto della misericordia’ (I, q. 21, a. 3)”.[14]  Questa misericordia “va attribuita a Dio in modo principalissimo: non per quanto ha di sentimento o passione, ma per gli effetti che produce”(I, q. 21, a.3). Questo atto misericordioso di Dio avviene nella liberazione del popolo Israele dalla schiavitù dell’Egitto (Es 3,7); nel NT diviene visibile nella parabola del buon samaritano, e anche del padre misericordioso. Commentando Tommaso, Fausto Grimaldi scrive: “Allora, dal lato antropologico l’Aquinate ritiene che la misericordia è la compassione della miseria altrui […] Il cuore, il centro, il fulcro e la ragion d’essere della misericordia sta nella mancanza (privazione) di qualcosa nell’altro. Si è misericordiosi non perdonando (nel senso esclusivo del termine), ma colmando l’altro del vuoto che possiede; riversando nell’altro l’amore misericordioso che l’altro (non) si aspetta. Misericordia è moto, movimento, tensione verso l’altro: ed è così si opera la giustizia[15].

2.3. Il rapporto tra giustizia e misericordia
Sia giustizia che misericordia parlano di un atto relazionale, cioè di un rapporto con l’altro in cui la giustizia richiama una necessità obbligatoria di dare a ciascuno ciò che a lui è dovuto, mentre l’atto di misericordia scaturisce da una volontà gratuità anche verso chi è indegno di riceverlo. Ma c’è un rapporto più profondo in cui la misericordia va oltre la giustizia[16] ed è anche la pienezza[17] della giustizia.

3. Giustizia e Misericordia secondo Papa Francesco
3.1. Giustizia di Dio e dell’uomo
Papa Francesco ammette il concetto di giustizia come applicazione della legge secondo un ordine giuridico della società civile per garantire il suo bene comune e dovere di dare a ciascuno che gli spetta come suo diritto,[18] ma nello stesso tempo mette in luce la parte mancante di tale concetto e va oltre, superandolo con la visione scritturisca.
Egli dice, per superare la prospettiva legalista, che “la giustizia è concepita essenzialmente come un abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio”[19].
Commentando Paolo nella sua lettera ai Galati: “Abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge” (2,16), Papa Francesco scrive: “La sua comprensione della giustizia cambia radicalmente. Paolo ora pone al primo posto la fede e non più la legge. Non è l’osservanza della legge che salva, ma la fede in Gesù Cristo, che con la sua morte e resurrezione porta la salvezza con la misericordia che giustifica. La giustizia di Dio diventa adesso la liberazione per quanti sono oppressi dalla schiavitù del peccato e di tutte le sue conseguenze. La giustizia di Dio è il suo perdono (cfr Sal 51,11-16)”.[20] Ora la fede giustifica perché il suo oggetto non è più una legge (oggetto passivo misurato dall’uomo) ma la persona di Cristo che sceglie e misura, crea l’uomo nuovo. Si veda anche Mt 1,19 e 3,15 in cui Giuseppe e Gesù adempiono la giustizia perché accolgono il disegno di Dio, il quale insegna continuamente agli uomini la giustizia (cfr. Is 26,9).

3.2. Misericordia di Dio e dell’uomo
Papa Francesco, nel Misericordiae vultus, usa il termine ‘amore viscerale’ per descrivere la misericordia: “Insomma, la misericordia di Dio è […] una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio. È veramente il caso di dire che è un amore “viscerale”. Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono” (Mv 5). “Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato. […] Dinanzi alla gravità del peccato, Dio risponde con la pienezza del perdono. La misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona.”(Mv n. 2). In Gesù Cristo questa misericordia di Dio trova il suo atto e volto visibile (Mv n. 1) nell’avere compassione (Mv n. 8), nel cercare i perduti e gioire dopo averli trovati (Mv n. 9).
La misericordia viscerale descritta da Papa Francesco mostra il nucleo della fede e dell’agire cristiano. Cioè, siccome le viscere sono la parte profonda della corporeità umana, allora, nel loro senso figurato, significano che la misericordia al cuore della vita di Dio e del suo agire.
Il suo amore verso di noi non scaturisce da un rapporto dovuto, ma nasce da un sentimento spontaneo e da una compassione o bontà gratuita. Il prendersi cura di una madre verso suo figlio nasce da un amore gratuito per il bene del bambino: “Come si nota, la misericordia nella Sacra Scrittura è la parola-chiave per indicare l’agire di Dio verso di noi. Egli non si limita ad affermare il suo amore, ma lo rende visibile e tangibile. L’amore, d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua responsabilità per noi. Lui si sente responsabile, cioè desidera il nostro bene e vuole vederci felici, colmi di gioia e sereni. È sulla stessa lunghezza d’onda che si deve orientare l’amore misericordioso dei cristiani. Come ama il Padre così amano i figli. Come è misericordioso Lui, così siamo chiamati ad essere misericordiosi noi, gli uni verso gli altri” (Mv n. 9).

3.3. Il rapporto tra giustizia e misericordia secondo Papa Francesco
Papa Francesco scrive: “Non sarà inutile in questo contesto richiamare al rapporto tra giustizia e misericordia. Non sono due aspetti in contrasto tra di loro, ma due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore. […] Da parte sua, Gesù parla più volte dell’importanza della fede, piuttosto che dell’osservanza della legge. Commentando Mt 9,13[«Andate e imparate che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori»] in cui Gesù si trova a tavola con i peccatori, Papa Francesco scrive ”Davanti alla visione di una giustizia come mera osservanza della legge, che giudica dividendo le persone in giusti e peccatori, Gesù punta a mostrare il grande dono della misericordia che ricerca i peccatori per offrire loro il perdono e la salvezza. […] La misericordia non è contraria alla giustizia ma esprime il comportamento di Dio verso il peccatore, offrendogli un’ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere.[…] Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge. La giustizia da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi solo ad essa rischia di distruggerla. Per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il perdono. Ciò non significa svalutare la giustizia o renderla superflua, al contrario. Chi sbaglia dovrà scontare la pena. Solo che questo non è il fine, ma l’inizio della conversione, perché si sperimenta la tenerezza del perdono. Dio non rifiuta la giustizia. Egli la ingloba e supera in un evento superiore dove si sperimenta l’amore che è a fondamento di una vera giustizia. Dobbiamo prestare molta attenzione a quanto scrive Paolo per non cadere nello stesso errore che l’Apostolo rimproverava ai Giudei suoi contemporanei: «Ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio. Ora, il termine della Legge è Cristo, perché la giustizia sia data a chiunque crede» (Rm 10,3-4). Questa giustizia di Dio è la misericordia concessa a tutti come grazia in forza della morte e risurrezione di Gesù Cristo”[21].

4. Conclusione
Parlando del rapporto tra giustizia e misericordia, la Bbbia mette sullo stesso livello; la giustizia di Dio è la Sua misericordia. Tale rapporto nel pensiero di Tommaso d’Aquino e di Papa Francesco ha un grado diverso. Entrambi mettono la misericordia ad un livello più alto rispetto alla giustizia: la misericordia è l’apice. Si può capire questa preferenza della misericordia perché la giustizia sembra perdere il suo valore liberante.
Giustizia e misericordia hanno uno scopo comune: l’intersoggettività.Tutte due hanno a che fare con la relazione tra le persone però ciascuna basa il suo rapporto su fonti differenti.
La giustizia ha a che fare con un rapporto vincolato da una legge: considera le relazioni tra gli uomini dal punto di vista della legge. La giustizia nasce in un contesto sociale e collettivo per il bene comune, nel quale va rispettata perché la legge costringe a fare così. Quindi in un certo senso l’intersoggettività diventa un dovere da compiere verso l’altro. Inoltre, la legge che vincola la relazione sociale per il bene comune viene promulgata sulla base del consenso pubblico derivato dalla logica umana. Bisogna considerare, però, che questa logica umana non può prescindere dall’influsso culturale da cui appartiene quindi certe concezioni sono culturali. Questo mette in discussione l’universalità del valore che vuole trasmettere. Capire l’uomo dalla logica solamente umana, nella storia, non porta a raggiungere un bene comune, ma anzi un bene parziale segnato dal conflitto di interesse. La supremazia della logica umana a volte porta a togliere/negare l’esistenza dell’altro. La filosofia che dice che la realtà è ciò che si pensa—cioè la realtà è il pensiero—ha causato la morte di tante persone.
La Bibbia propone una visione di giustizia basata sulla fedeltà di Dio al suo patto, in fondo, a se stesso. La legge, pure promulgata e facente parte dell’alleanza, viene superata dall’atteggiamento di Dio, fedele alla sua scelta, intenzione, promessa.
La misericordia, d’altra parte, è un modo di relazionarsi con l’altro nel quale Dio diventa il protitipo del rapporto interpersonale: è un modo di vedere l’altro dal punto di vista di Dio.
Mi piace San Tommaso quando definisce la parola ‘misericordia’ dividendola in due parole: ‘miseri’ e ‘cordia’. Cioè, misericordia vuol dire mettere il proprio cuore nella miseria degli altri. Il cuore di Dio è amare, quindi, Dio, nel suo rapporto con noi, mette il suo cuore e amore perché viviamo. Lui sa che non siamo capaci di ricambiare il suo amore. Allora che cosa fa? Lui aumenta il suo amore. Lui non può fare altro che amare, poiché il suo essere è amore: ‘Dio è amore’ (1 Gv 4,8). Così la misericordia di Dio diventa la misura valutativa per eseguire la giustizia umana. Nel senso che l’uomo ubbidisce alle leggi umane nella misura in cui esse riflettono la volontà di Dio.






[1] Papa Francesco, Misericordiae vultus, n. 20.
[2] Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 53.
[3] Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, no. 12.
[4] Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, no. 12.
[5] W. Kasper, “Perdono cristiano e riconciliazione tra le chiese”, in Misericordia e perdono: XIII Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, Bose, 9-12 settembre 2015.
[6] Ibidem.
[7]La giustizia nella Bibbia affonda le sue radici nell’etica, che definisce l’uomo come essere capace di rapportarsi secondo verità a un altro soggetto. Essere giusto o ingiusto è dato non tanto dall’obbedienza a una norma imposta, ma dalla capacità di riconoscere nel volto dell’altro la propria dimensione di persona giusta. L’«altro» nella Bibbia è innanzitutto Dio, ma è anche il fratello, il prossimo, l’altro essere umano che esige il riconoscimento della propria dignità. Il significato di giustizia nella Bibbia si riferisce sempre a una relazione fra individui o a gruppi ed esprime, attraverso l’idea classica della bilancia, un’idea di equilibrio tra le parti, che, in termini sia giuridici sia morali, esprime un aspetto di doverosità verso gli altri e di esigibilità verso se stessi” (F.Occhetta “Le radici morali della giustizia riparativa”, in La Civiltà Cattolica 2008 IV 444-457, Quaderno 3803 (6 dicembre 2008), 445).
[8] Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, nota 52.
[9] Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, nota 52.
[11] Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, nota 52.
[12] E. Ancilli, “Il concetto di giustizia secondo san Tommaso”, in Dizionario enciclopedico di spiritualità 2, Roma: Città Nuova, 1990.
[13] “La giustizia in senso giuridico significa dare a ciascuno ciò che gli aspetta come suo diritto. Da questo concetto deriva la giustizia commutativa che è regola le relazioni, diritti e doveri, fra individui (ad es. se compro una cosa, devo pagarne il prezzo); giustizia distributiva è ciò che regola gli obblighi della società verso gli individui (ad es. se lo stato pone delle imposte a carico dei cittadini, deve distribuire equamente i pesi, graduando l’ammontare dell’imposte in base alla capacità contributiva di ogni cittadino), giustizia legale ciò che determina i doveri che qualcuno ha nei confronti della società/bene comune (ad es. l’obbligo di pagare le tasse, l’obbligo di di osservare le leggi, etc.) cfr. G. Scardillo, “In tema di rapporto tra ‘misericordia’ e ‘giustizia’”, in Laòs XXII (2015)/3 Settembre-Dicembre, pp. 53--78, p.70.
[14] B. Mondin, “Misericordia” in: Dizionario enciclopedico di filosofia e teologia morale, Massimo, Milano 1989, p. 399.
[15] F. Grimaldi, “Misericordia: compassione, reciprocità e prospettiva antropologica”, in Laòs, XXII (2015)/3 Settembre-Dicembre, pp. 37-45, p.39.
[16] “Già la creazione è un atto di misericordia e non di giustizia, in quanto Dio dà alla creatura ciò per cui non può vantare nessun diritto ed è massimamente indebito, l’essere: ‘La giustizia consiste nella retribuzione dei meriti e perciò nella creazione non si può parlare di giustizia […]. Invece nell’opera della creazione si può parlare di misericordia perché, creando, Dio toglie il più grande di tutti i difetti, vale a dire il non essere […]: e questo lo fa per volere totalmente gratuito e non costretto da alcun debito’” (B. Mondin, “Misericordia”, in: Dizionario enciclopedico di filosofia e teologia morale, Massimo, Milano 1989).
[17] “Come egli sottolinea altrove, in Dio non ci può essere alcuna contraddizione tra giustizia e misericordia, perché ‘Dio è misericordioso, non perché compie qualcosa contro la giustizia, ma perché egli va oltre la giustizia, come nel caso di un creditore al quale sono dovuti centro denari; se questi di propria iniziativa concede al debitore duecento denari, questo tale non va contro la giustizia, ma è semplicemente generoso e misericordioso […] Ne consegue che la misericordia non prescinde dalla giustizia, ma che essa è in un certo senso pienezza della giustizia’ (ST,I, q. 21, a. 3)”, (M.M. Lintner, “Dio giusto o misericordioso?”, in Quaderni di spiritualità 20, n.58, Monte Senario, Gennaio-Aprile 2016, p.29).
[18] “La giustizia è un concetto fondamentale per la società civile quando, normalmente, si fa riferimento a un ordine giuridico attraverso il quale si applica la legge. Per giustizia si intende anche che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto”, (Papa Francesco, Misericordiae vultus no. 20).
[19] Papa Francesco, Misericordiae vultus no. 20.
[20] Papa Francesco, Misericordiae vultus n. 20.
[21] Papa Francesco, Mv nn. 20-21.

Sabtu, 30 April 2016

L’amare è qualificare l’amore ricevuto e sperimentato…


Nel vangelo di oggi (quinta domenica di pasqua anno c: Gv 13,31-33a.34-35) sentiamo il desiderio profondo di Gesù che i suoi discepoli si amino come Lui li ha amati. In più Gesù vuole che amarsi gli uni gli altri diventi l’identità e il modo di essere dei cristiani: “Da questo tutti sapranno che sieti miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Gesù mette l’amore come vincolo della relazione, come centro della vita o meglio come linfa che alimenta, sostiene e nutre la vita.

L’insegnamento di Gesù di amarsi gli uni gli altri ha a che fare davvero con l’esperienza umana. Cioè sappiamo che cosa significa l’amore quando sperimentiamo la gioia di essere amati. Il tuo cuore è ardente quando qualcuno ti dice ‘ti voglio tanto bene; io ti amo!’ E purtroppo sperimentiamo anche la delusione o il doloro profondo di non sentirci amati soprattuto da coloro che dovrebbero amarci. Scopriamo quindi l’importanza dell’amore perché siamo nati e circondati dall’amore dei nostri genitori, dei nostri familiari, degli amici e dei conoscenti. Senza l’amore non potremmo mai immaginare come sarebbe il nostro mondo.

C’è da riflettere: l’amore che penso, che ricevo, che sperimento e che do davvero coincide con l’amore che Gesù ha voluto che ci fosse? Gesù dice “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. L’amore divino diventa il termine di paragone del nostro amore verso gli altri. La sua manifestazione più alta è nella croce di Cristo. Alla luce di quest’imitazione dell’amore di Cristo per noi, si può affermare che esistono diverse espressioni di amore. Osservando l’esperienza della vita e le disposizioni del cuore di ognuno di noi, dobbiamo riconoscere che siamo spinti dall’amore del prossimo in modi diversi: sperimentiamo l’amore suscitato dal desiderio di ricevere un contracambio (l’amore mercenario: io ti do sperando che tu mia dia); c’è l’amore servile cioè l’amore suscitato per timore e per legge;’amirazione e dall’idealizzazione dell’oggetto amato (amore servile), e poi c’è l’amore che non è suscitato dall’oggetto amato, ma soltanto dall’ispirazione d’amore che anima colui che ama (amore oblativo), è un amore disenteressato, è un amore gratuito. Quando l’oggetto amato non ha alcuna ragione per essere amato, allora l’amore di chi lo ama ha raggiunto la perfezione del modello divino. Questo amore gratuito cioè dono di se stessi è ciò che Gesù ha fatto nella sua vita dicendo ai suoi discepoli di fare altretanto.

L’amore che Gesù vuole da noi non è estraneo, ma è espresso nell’amore quotidiano che proviamo e sentiamo. Il nostro compito è purificare e perfezionare l’amore ricevuto e sperimentato. Dovremo purificare il nostro grado di amore dall’amore mercenario e servile all’amore gratuito. Quindi la novità dell’amore di Cristo non è una novità cronologica—cioè ieri non c’era e poi adesso c’è—ma una novità qualitativa. Cioè qualifichiamo l’amore che esiste già. E’ un approfondimento della sua esperienza e sostanza. Detto in altre parole: i miei mi amano o mi vogliono tanto bene. Il mio compito è continuare quest’esperienza di essere amato moltiplicandola, perfezionandola e purificandola nella luce dell’amore di Cristo.

Infatti Gesù stesso lo dice che “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono li presente”. Quale è il nome di Dio? Il suo nome è amore:’Dio è amore’ (1 Gv 4,8 ). Quindi quando c’è l’amore che penetra qualsiasi attività umana Dio è presente. C’è da chiedere: nella nostra famiglia, nella nostra parrocchia, nella nostra comunità, nelle nostre relazioni c’è questo amore?




Selasa, 08 Maret 2016

Chiama padre perché sa di essere suo figlio…


Mi sembra che il vangelo di oggi (Lc 5,1-3.11-32 : quarta domenica di quaresima, anno c) ci mostri uno specchio nel quale riconosciamo e vediamo il nostro essere figli davanti al Padre misericordioso. Lo stesso testo ce lo esplìcita nelle ripetizioni della parola ‘figlio’ (che ricorre nove volte) e la parola ‘padre’ (che ricorre dodici volte). Quando sentiamo la parola ‘figlio’ e ‘padre’ la identifichiamo subito in un ambiente familiare; cioè, chiama padre perché sa di essere suo figlio e viceversa. Purtroppo, i due figli in questa parabola, non sanno cogliere e gustare l’amore paterno del padre ; in realtà non sanno di essere figli.

Il figlio minore chiedendo l’eredità (che a lui spetta) elimina/toglie la figura del padre. Cioè, di solito nella nostra cultura, l’eredità viene divisa al procinto della morte del padre. Il figlio minore chiede a suo padre di dargli l’eredità come se il padre stesse già per morire. Il che significa che dentro il suo cuore, il padre è già morto, lo elimina; vuol dire che il suo padre non vale più niente. Il figlio minore per essere libero e per avere la propria autonomia, si distacca dal padre e elimina la relazione filiale con il padre. Siamo consapevoli che non siamo lontani da questa figura del fratello minore. Basta pensare agli anziani lasciati soli dai propri figli o familiari a casa propria o a casa di cura per anziani. Sì, è vero che una volta al messe si va a trovarli. Ma è sufficiente andare a trovarli una volta al messe per esprimere il nostro volerci bene, il nostro ringraziamento e i nostri affetti? Facendo cosi ai nostri familiari rispecchia o mostra il nostro allontanamento da Dio di Gesù Cristo.

Il figlio maggiore essendo a casa con il padre non riesce a gustare l’amore del padre, non riesce a percepire che tutto ciò che è di suo padre è anche suo. Lui pensa di guadagnare l’amore di Dio facendo le opere e seguendo le leggi. Lui si manifesta incapace di vivere da figlio, vivendo invece da servo e soprattutto negando l’amore attraverso il primato del merito : “non ho mai disobbedito a un tuo comando (v. 29). Questo figlio maggiore non è cosciente di essere figlio perché non riesce a chiamarlo/identificarlo come padre e non riesce a considerare il fratello perduto come suo fratello. I cattolici che criticano o almeno che hanno paura della riforma di Papa Francesco fanno parte di questa figura del figlio maggiore. Quindi, l’ignoranza della paternità e della bontà di Dio padre impedisce al figlio di sentirsi fratello dell’altro.

Il padre viene ritenuto inutile, viene negato e viene abbandonato dai propri figli è un’esperienza davvero mortale, pesante, umiliante, spiacevole e deludente. Ma che cosa fa questo padre? Il padre gli risponde con la sua misericordia aspettandolo, abbracciandolo e dicendo “facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. In particolari i versetti 20-21 ci descrivono l’incontro scovolgente del figlio minore con suo padre : “Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse : Padre, ho peccato verso il cielo e davanti a te : non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. In questi due versetti vediamo che la confessione del peccato è successivo rispetto all’abbraccio o all’accoglienza amorevole del padre. L’espressione del pentimento, cioè di aver comesso peccato, viene dopo essere stato abbracciato dalla misericordia del Padre. Qui il testo non dice che il padre aspettava che il figlio gli dicesse di avere peccato, di aver spreccato inutilmente l’eredità,  per poi abbracciarlo e perdonarlo. Questo gesto del padre mostra che l’amore di Dio precede la nostra risposta giusta o sbagliata nei suoi confronti. L’amore di Dio è molto più grande e molto più importante dai nostri peccati. Qui l’amore di Dio che previene, che anticipa e che ci salva. Questo significa che il nostro pentimento e la nostra confessione del peccato non avviene, se prima non abbiamo sperimentato la sua misericordia. In altre parole che la nostra disponibilità di confessarsi avviene perché la sua misericordia tocca il nostro cuore, che ci spinge da dentro di fare questo passo confessionale. Perciò, si può dire che il nostro sentirci bisognoso di confessarci diventa un segno evidente e efficacia in cui il nostro cuore è stato toccato dalla misericordia di Dio. Quindi bisogna riconsiderare come la presenza di Dio quando noi andiamo a confessarsi. Bisogna essere gioiso perché Dio ci fa sentire. Oppure la nostra disponibilità di venire alla messa, di ascoltare la sua parola, di fare qualche atto altruistico sono gesti stimolati dalla bontà di Dio. Dio non considera il nostro essere figli secondo i nostri peccati o meriti, ma ci considera figli, anche quando siamo peccatori e ribelli. Dice Papa Francesco : “Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo perduti ! Insisto ancora una volta : Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che si stanchiamo di chiedere la sua misericordia. Colui che ci ha invitato a perdonare ‘settanta volte sette’ (Mt 18,22) ci dà l’esempio : Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile” (Evangelii Gaudium, no.3).

Non dimentichiamoci che l’allontanamento di questi due figli viene risolto e riconciliato dall’atteggiamento del padre che va a cercarli. Lo smarrimento si risolve con l’avvicinanza del Padre a tutto due. Significa che questo atteggiamento paterno permette la riconciliazione e l’unità familiare. La figura di Papa Francesco mostra questo atto misericordioso che crea ponti di avvicinamento. Se avessimo l’atteggiamento buono e misericordioso come il padre, saremo capaci di vivere come figli dello stesso padre e fratelli tra di noi.


Minggu, 21 Februari 2016

L’esodo che assumiamo…



Continuiamo il nostro cammino quaresimale passando dal deserto al monte Tabor. La settimana scorsa abbiamo visto il nostro protagonista, cioè Gesù Cristo, è stato tentato ed è stato messo in questione da Satana riguardo alla sua scelta e alla sua identità come Figlio di Dio. Il luogo della tentazione era il deserto che geograficamente sta in basso, nella terra piana. Oggi, nella seconda domenica di quaresima, lo stesso protagonista lo troviamo sul monte, però non è da solo ma in compagnia dei tre discepoli (Pietro, Giovanni e Giacomo), in compagnia di Elia e di Mosè, e poi anche della voce assicurante, consolante e affermativa del Padre. Sul monte, in un luogo più alto rispetto al deserto che sta giù/nel basso, Gesù si trova sostenuto, incoraggiato, confermato nella sua scelta e identità di essere Figlio di Dio, sia dalla legge rappresentata da Mosè, sia dalla profezia rappresentata da Elia e sia dal Padre che dice “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”

In questo confronto tra queste prime due domeniche di quaresima vediamo il passaggio che Gesù fa; dal deserto al monte, dal basso all’alto, dalla prova di Satana alla conferma del Padre, dalla desolazione alla consolazione.  Nel vangelo di oggi esplicitamente è stato detto che Gesù nella conversazione con Elia e Mosè parlava dell’Esodo che avrebbe compiuto a Gerusalemme.

Sappiamo bene che quando si parla dell’esodo ci si riferisce alla liberazione: Israele, nell’esodo sotto la guida di Mosè, è stato liberato dalla schiavitù in Egitto. Mentre Elia, (quando Israele era già entrato nella terra promessa), ha liberato Israele non però dalla schiavitù oppressiva/politica, ma dalla schiavitù dell’idolatria; cioè quando Israele cominciava ad essere contaminata del culto di Baal dimenticando l’unico Dio che l’ha scelto. Quindi Mosè ha liberato il popolo d’Israele dall’opressione di Faraone in Egitto, mentre Elia libera il popolo eletto da una schiavitù più sottile, più interiore che consiste nell’inganno degli idoli mentali i quali se non vengono purificati e illuminati possono deviarci dalla verità della fede in Dio di Israele.

C’è da chiederci: quale è l’esodo che Gesù compie? Il contesto del vangelo di oggi ci mostra che l’esperienza sul monte, cioè la trasfigurazione,  è collegato con la passione e morte di Cristo. Quindi l’esodo di cui si parla nella trasfigurazione è la croce, la risurrezione e l’ascensione. E’ un esodo doloroso, ma anche vincente. Gesù lo fa e lo assume consapevolmente e decisamente sapendo che Dio lo sostiene e lo conferma.

Quale è l’esodo che noi assumiamo? Il nostro esodo è assumere e vivere nella fede la prova e la conferma, la desolazione e la consolazione della nostra scelta quotidiana. Il nostro esodo non è altro che metterci nella traccia di Gesù Cristo. 


Da tener presente che in questo suo passaggio Gesù è accompagnato dalla parola di Dio. Gesù rispondeva alle tentazioni citando la parola di Dio; Gesù si è trasfigurato ascoltando la stessa parola assicurante di Dio (contenuto nella legge e nei profeti). Quindi la Parola di Dio diventa una forza inevitabile/efficacia sia nell’esodo di Gesù sia anche nel nostro esodo. Come dice mons.Guido Marini, il ceremoniere del papa, “Se rimarremo in ascolto attento della parola che il Signore ci rivolge, ne potremo contemplare anche il volto; se ogni giorno saremo fedeli nel nutrirci della parola che esce dalla bocca del Signore, potremo gustare il Suo amore; se il vangelo diverrà compagno di strada nel cammino quotidiano della vita, potremo rimanere abbagliati dalla sua bellezza”. (E’ la mia riflessione della seconda domenica di quaresima anno c, Luc 9, 28b-36).

Sabtu, 02 Januari 2016

Siamo pronti a lasciarci sorprendere…?


La festa che celebriamo oggi, cioè Maria madre di Dio, è un riconoscimento nostro, cioè da parte della Chiesa,  riguarda l’azione di Dio rivolta a Maria. L’azione di Dio precede il nostro riconoscimento; cioè la venuta di Dio, attraverso l’angelo Gabriele, a Maria è venuta prima del concilio di Efeso (431) in cui la Chiesa ha promulgato questo riconoscimento che Maria è Madre di Dio. Se non ci fosse stata questa azione di Dio, la Chiesa non avrebbe promulgato questo atto di fede. (Quindi ci vogliono 4 secoli per riconoscere canonicamente l’azione di Dio a riguardo). Ciò significa che la vita spirituale cristiana è un cammino senza fine. Possiamo immaginare il tempo di cui abbiamo bisogno per riconoscere l’azione di Dio nella nostra vita.

Ritengo molto significativo avere quest’esperienza personale in cui Dio è presente nella nostra vita. Qualcuno può dire che Dio è presente in noi dal battesimo. E’ vero! Ma essere battezzato non garantisce automaticamente la conoscenza matura, profonda ed autentica di Dio misericordioso. Come non basta essere nato per essere un uomo maturo. Ci vuole tempo e anche soprattutto ci vuole un coinvolgimento personale e continuo. Perciò  mi chiedo come Dio è presente in noi? Nella bibbia ricordiamo subito l’esperienza di Samuele quando Dio è venuto da lui attraverso la voce ascoltata nel suo sogno; Geremia è stato visitato da Dio attraverso l’esperienza con La Parola di Dio: “A lui fu rivolta la parola del Signore (Ger 1,2)”. In questo momento vorrei riflettere sull’esperienza di Dio guardando all’esperienza di Maria, Madre di Dio, di cui festeggiamo oggi.

La scena evangelica in cui Maria è stata visitata dall’angelo Gabriele è molto povera, semplice, nel luogo normale o profano, a casa sua, nella sua solitudine. Se andiamo ad approfondire l’intervento di Dio alla nascita di Giovanni Battista troviamo che l’intervento di Dio è condizionato da una preghiera. Zaccaria era nel tempio sacro dove Dio è presente e durante la liturgia solenne e sullo sfondo del popolo in attesa. Il confronto di queste due annunciazioni ci fa meravigliare il modo in cui Dio si presenta. Dio può agire in qualunque modo: nel tempio sacro e nel luogo profano, in modo solenne e anche in modo semplice. E’ la sorpresa di Dio che non possiamo prevedere. Siamo pronti lasciarci sorprendere da Dio? Putroppo siamo abituati a pensare che Dio è presente solo nella liturgia, nei sacramenti e negli atti cosidetti misericordiosi. Raramente pensiamo che anche a casa nostra Dio vieni a trovarci.

Quindi la festa di oggi ci ricorda che Dio entra e costruisce una nuova relazione con l’uomo. Se prima questa relazione veniva fatta e attuata solo nel tempio sacro di Gerusalemme, adesso in Maria questa relazione prende forma nuova. Se prima si comprendeva la presenza di Dio all’interno di un luogo fisico, il tempio santo, con Maria questa presenza di Dio avviene nella casa e nella vita nostra quotidiana e profana. Questa è la novità evangelica cioè non noi che andiamo a trovare e incontrare Dio, ma Dio viene a trovarci nella nostra casa: “Da una parte, l’uomo entra nella casa di Dio, dall’altra Dio entra nella casa dell’uomo”.

Quando si parla della casa si riferisce alla quotidianità o alla normalità. Non a caso Luca mette in evidenza la casa, il luogo in cui Maria e Elisabetta si incontrano: “Maria entra nella casa di Zaccaria”. Elisabetta sperimenta questa presenza di Dio nella sua casa attraverso la presenza di sua cugina Maria. La famiglia e la casa sono le cose quotidiane, ma nello stesso tempo diventano i luoghi importanti per riconoscere la vicinanza di Dio. Dio ci visita e si fa presente attraverso le persone con cui viviamo nel luogo dove ci troviamo. Tocca a noi a lasciarci trovare da Dio nella nostra casa.


A questo punto possiamo riflettere sulla nostra abitudine di lasciare la comuntà o casa per andare a trovare qualcuno/a fuori comunità. Magari questa tendenza riflette un po’ l’immagine della fede in Dio che abbiamo in comunità. Questa tendenza di andare spesso fuori potrebbe avere due significati: vado a fare amicizia fuori per condividere l’esperienza di amore di Dio accolto nella comunità? Oppure questo andare è un segno che in comunità non c’è questo amore perciò come compesazione si va a cercare altrove? Solo Dio sa il motivo!! Preghiamo, dunque, Dio che ci illumini e ci incoraggi a dare in quest’anno nuovo il tempo adeguato perché Dio possa prendere dimora nella nostra quotidianità.

Sabtu, 26 Desember 2015

Il natale è l’atto di misericordia…



Vorrei condividere la mia riflessione per quanto riguarda la mia preparazione di quest’anno ad accogliere la presenza di Dio in Gesù nella mia vita collegando l’anno di misericordia voluto da Papa Francesco e il Natale. Questa riflessione è concentrata su questi due eventi importanti che stiamo vivendo e di cui facciamo parte.

Mi piace definire la misericordia dividendola in due parole: miseria e cordia. La miseria è la condizione disumana vista nella miseria fisica (la fame, senza tetto, senza lavoro) e anche nella miseria spirituale o interiore (il sentirsi abbandonato, il sentirsi non amato, ect.) Madre Teresa di Calcuta identifica questa miseria come la peggior malattia di oggi. Lei scrive “La peggior malattia di oggi è il non sentirsi desiderati né amati, il sentirsi abbandonati. Vi sono molte persone al mondo che muoiono di fame, ma un numero ancora maggiore muore per mancanza d’amore. Ognuno ha bisogno di amore. Ognuno deve sapere di essere desiderato, di essere amato e di essere importante per Dio. Vi è fame d’amore, e vi è fame di Dio”. Poi c’è la parola ‘cordia’ cioè cuore, non nel senso fisico-biologico, ma come centro di sé. Il cuore è il centro di una persona; il luogo in cui qualcuno si riconosce, prova i sentimenti di gioia, di delusione, di compassione, di simpatia, di attrazione, ect.

Quindi per me la misericordia è rivolgere il cuore alla miseria dell’altro, donare il cuore nella situazione concreta del prosimo. La misericordia è il sentirsi coinvolto, apassionato e attratto dalla realtà altrui. La misericordia è condividere. Mons. Enrico Solmi diceva, durante l’apertura della porta santa nella diocesi qualche giorna fa, che la misericordia è farsi prosimo come fa il buon samaritano.

Che c’entra il Natale con tutto questo? Il Natale è l’atto in cui Dio mette o rivolge il suo cuore alla miseria del suo popolo, alla nostra miseria. Ricordiamo ancora il passo del Esodo 3,7-10 in cui Dio ascolta le sofferenze del suo popolo e decide di liberarlo attraverso Mosè. Ricordiamo anche il brano del buon samaritano che si prende cura la ferita altrui. Quindi Dio vede la nostra sofferenza e il nostro dolore e manda Mosè, i profeti e poi alla fine il Suo unico Figlio per salvarci. Dice il salmista, nell’ufficio delle letture della quarta setimana dell’avvento, “ma Dio ha ascoltato, si è fatto attento alla voce della mia preghiera. Sia benedetto Dio: non ha respinto la mia preghiera, non ha negato la sua misericordia (Sal 65,20)”. Il Natale è Dio che assume la nostra condizione umana, che si occupa di noi, che ne prova compassione, che si mette nei nostri panni e interviene per sostenerci.

Quindi per me il Natale è un dono regalato da Dio e anche un impegno da svolgere o da assumere. Il natale è dono poiché Dio viene a donarci il suo cuore condividendo il suo amore e soprattutto indicandoci come dovrebbe essere la vita umana. Il natale è un impegno poiché Dio mi chiede di accogliere il suo dono e non nasconderlo solo per me. Dio mi chiede di essere misericordioso, cioè di mettere il mio cuore nella realtà altrui. Quando ognuno di noi agisce misericordiosamente, cioè mette e svolge il proprio cuore nel cuore degli altri, lì Dio è presente e lì Gesù nasce.

Cari fratelli e care sorelle, se vogliamo davvero che Gesù nasca nel cuore degli altri dobbiamo mettere il nostro cuore nella realtà degli altri. La nascita di Gesù nei nostri cuori non dipende solamente dall’azione di Dio, ma dipende anche dalla nostra disponibilità, come vediamo nella disponibilità di Maria, di Elisabetta e di Giuseppe per collaborare con Dio. Il mio rettore dice ogni tanto che se vogliamo lavorare bene la prima cosa da fare è curare gli strumenti. Noi siamo gli strumenti del vangelo e del mistero dell’incarnazione di Dio; se noi non ci comportiamo bene, se non viviamo coerentemente con il vangelo, non bisogna meravigliarsi quando i nostri vicini di casa ci mandano di quel paese. Preghiamo allora Dio perché susciti in noi la docibilità di lasciarci plasmare dal Dio fatto uomo. Buon Natale ancora!!!


Minggu, 29 November 2015

Cosa vedono in loro per cui le amano e se ne prendono cura?



Sabato 20 novembre 2015. Sono stato a Gaiano, in provincia di Parma, circa trenta minuti da Parma in macchina, insieme con p.Tof. Sono andato ad accompagnarlo perché lui doveva celebrare la messa in una comunità dove ci sono le persone diversamente abili. Durante il viaggio mi diceva che queste persone erano emarginate dalla propria famiglia. Arrivati lì, c’erano due suore e una volontatria che viene ogni tanto a dare una mano per curare questi nostri fratelli: sono una decina di persone. Ci hanno accolti calorosamente e mi sono trovato subito bene in mezzo a loro.

Niente di particolare è successo in questo incontro non previsto ma vederli (le suore e le persone diversamente abili) così mi è venuta in mente un’esperienza simile che feci dieci anni fa dove mi trovai in una realtà simile. Fu a Yogyakarta, in Panti Asih Pakem, una casa per le persone diversamente abili. Eravamo quattro studenti saveriani: Ansi, Gordi, Polce e Pandri. Andammo per un mese intero a fare qualche piccolo servizio: aiutandoli a fare il bagno, imboccandoli, sistemando la loro stanza e passando insieme a loro qualche momento particolare. Nei primi giorni mi trovai in una situazione difficile: la difficoltà nel comunicare, nell’abituarsi e nel comportarsi in una realtà perfettamente diversa dalla solita realtà in cui mi trovavo, ma andando avanti ci si abituava e si godeva anche la bellezza di dare loro una mano. Alla fine di quell’esperienza mi chiedevo spesso perché i volontari erano riusciti a servirli e perché ero riuscito a dare qualche tempo e stare con loro.

La stessa domanda mi facevo durante la messa: come mai le suore e i volontari riescono a servire queste persone? Cosa vedono in loro per cui le amano e se ne prendono cura? Per avere una risposta convincente bisogna intervistare le suore e i volontari, ma queste domande mi riguardano: se ci fossi anch’io, che cosa farei e risponderei?

Citerei parafrasando le parole di madre Teresa di Calcutta quando diceva che a lei piaceva stare vicina, curare e accompagnare gli ammalati e i moribondi perché potessero sentire che loro non erano soli, ma c’era Gesù presente nella loro condizione. Nella vita e nelle parole di madre Teresa di Calcutta c’era la presenza di Dio. La presenza di Dio avviene quando c’è la compassione che si esprime nei gesti concreti e nelle parole consolatorie.

Ho visto questi gesti concreti di compassione divina fatta dalle mani delle suore e dai volontari verso questi nostri fratelli cosiddetti emarginati dalla famiglia e anche dalla società. Qualcuno potrebbe smentire questa mia opinione dicendo che non è vero: lo stato spende qualche soldo per mantenere queste strutture e queste associazioni. Non colpevolizzerei nessuno, ma mi interessa solo apprezzare quest’atto d’amore fatto e espresso dalle suore e dai volontari. Sono veramente gesti divini poiché dalla logica del mercato queste persone diversamente abili vengono considerati inutili poiché non producono niente quindi non valgono niente. Di solito quando una cosa non vale si butta via. Putroppo è una cultura disumana poiché misura il valore dell’uomo come se fosse una cosa.

Sono convinto che le persone, agendo diversamente da questa cultura disumana, sono veramente persone di Dio. La loro azione spinta dalla forza spirituale può apprezzare e cogliere il valore umano intrinseco in ogni persona anche nelle persone diversamente abili. Le vedono non dal punto di vista della produtività e dalla capacità del fare, ma le vedono per il fatto che esistono come uomo e donna simili agli altri.

Prego Dio perché Egli conceda sempre alle sorelle e ai volontari la forza incessante per continuare questi gesti concreti di amore misericordioso verso gli emarginati. Prego Dio perché mi apra il cuore per avere sempre lo stesso zelo e di considerare gli altri come fratelli e sorelle nati da Dio creatore e misericordioso.