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Kamis, 30 November 2017

La vita consacrata è la risposta dello sguardo amorevole di Dio…


Sto tornando a Salerno (5 novembre 2017) dopo aver partecipato alla cerimonia della professione perpetua di Frater Robertus Kardi, uno studente saveriano indonesiano che diventerà diacono il 3 dicembre 2017.

Porto con me la gioia immensa per il fatto di aver rivisto tanti amici che ho conosciuto durante la mia permanenza a Parma per quasi quattro anni da studente di teologia. Ero contentissimo vedere il volto luminoso di P. Rodolfo Ciroi, sx, causata dalla gioia di vedere il frutto del suo lavoro. Se non ci fosse stato lui a venire a cercarci a Flores, Frater Berto non avrebbe fatto parte definitivamente alla famiglia saveriana. Ricordo ancora la gioia che ho provato dopo essere riuscito a dire il mio i complimenti che feci a Luca, un chitarrista fedele per il coro saveriano. Gli dissi che la sua fedeltà e la sua costanza nell’ esserci per il coro è stato ed è davvero una testimonianza di fedeltà e di impegno almeno per me. Dopo aver sentito questo lui mi rivelò la sua filosofia: “Vengo per esserci, che io ci sto, mi impegno”. Il suo modo di pensare può essere davvero interessante perché attrae altri a partecipare; sarebbe bello che lo facesse nei confronti dei giovani.

È indimenticabile la gioia grande che ho provato ieri sera quando, con p. Claudio Marano e Renovat, siamo stati a cenare a casa dei miei padrini, che mi hanno accompagnato durante il mio diaconato, Luca e Daniella Rovina. Ci hanno accolto non solo con l’accoglienza calorosa ma anche con il cibo appetibile nonostante abbiano avuto solo un breve tempo per prepararlo. Li avevo avvertiti solo quaranta minuti prima. In verità ero indeciso se chiamarli esprimendo il mio desiderio di venirli incontro in casa loro. Mi sentivo imbarazzato a fare un appuntamento all’ultimo momento. Per fortuna ho superato la mia paura e hanno accettato la mia proposta: infatti stando in mezzo a loro mi sono sentito a casa, accolto e voluto bene.

Durante la messa mi sono accorto di non essere stato tanto presente nella celebrazione perché giravo di qua e di là per fare la foto. È stata una scelta consapevole per documentare questo momento importante del mio confratello; l’ho fatto per lui. Tuttavia ho dato abbastanza attenzione ad ascoltare l’omelia del superiore generale dei Saveriani, p. Fernando Garcia, in occasione della festa del nostro fondatore, San Guido Maria Conforti, e della professione sia perpetua di Berto che temporanea di alcuni studenti. Nella sua omelia sono riuscito a cogliere il seguente messaggio.

Parlando di come essere missionario saveriano oggi, p. Fernando, che è stato eletto al vertice dei Saveriani dalla metà di agosto scorso, ha ribadito che i missionari sono coloro che sono stati oggetti dello sguardo amorevole di Dio. Dio per primo con il suo amore ha conquistato il cuore dei missionari. Nella frase del Fondatore è chiaramente ribadito che è l’amore di Cristo che ci ha spinto per essere suoi inviati al mondo per testimoniare questo suo amore abbondante per tutta l’umanità.


Ne consegue che la vita consacrata attraverso le professioni religiosi è la risposta di quello sguardo amorevole di Dio che ognuno sperimenta nella sua vita. La consacrazione religiosa è una nostra risposta di dire di Sì al progetto amorevole di Dio per l’umanità intera. In questa logica i missionari non sono i padroni della missione; al contrario essi sono collaboratori del progetto di Dio, sono i servi inutili. 


Selasa, 31 Oktober 2017

Quando la strada, il bar, la piazza e il teatro diventano testimoni della gioia missionaria…


“Mission is possible” è stato scelto come tema principale del primo festival della missione partecipato da tanti rappresentanti del centro missionario diocesano da tutta l’Italia e centinaia di missionari-missionarie tra cui ventina di essi appartengono alla famiglia saveriana (saveriani, saveriane e i laici saveriani). È stato un festival organizzato dall’insieme dell’organismo ecclesiale – CEI, CIMI, SUAM, FESMI, La diocesi di Brescia – in collaborazione con la parte civica di Brescia – Comune e Provinicia. I promotori alla spinta del festival erano e sono convinti che la missione è possibile in quanto Gesù Cristo è l’unico Dono tanto quanto desiderato dal mondo d’oggi per cui siamo chiamati ad annunciarlo non solo all’interno della chiesa ma anche all’aperto, sulla piazza, per strada, nel bar: “Siamo più che mai convinti che il Vangelo di Gesù Cristo abbia bisogno di essere detto, cantato, condiviso, proclamato, testimoniato non solo all’interno delle nostre chiese e delle nostre comunità, ma «uscendo per le piazze e per le vie della città» (Lc 14,21): perché non possiamo tacere questa Vita che è in noi! Riteniamo che il Festival possa essere, oggi, uno strumento privilegiato per condividere questo Dono, in comunione tra di noi e in piena sintonia con quella “Chiesa in uscita” alla quale Papa Francesco fa sovente riferimento.

La chiesa in uscita è stata il fenomeno dominante in questi quattro giorni del festival a Brescia (12-15 ottobre): i luoghi pubblici – la strada, il bar, la piazza, il teatro – sono diventati testimoni della gioia missionaria. In alcune strutture comunali c’era una marea di gente in fila che voleva partecipare a un spettacolo missionario, a sentire il coraggio di Padre Alejandro Solalinde – un prete messicano – che difende il diritto dei migranti che però ha avuto tante minacce di morte dai narcos in Messico, o sentire l’approccio umanistico di Sr. Rosemary Nyirumbe, suora del Sacro Cuore di Gesù, nel riinserire nella società le bambine soldato vittime della violenza sessuale in Uganda. A mezzo giorno e all’inizio della serata nei bar del centro città c’erano gli “aperitivi missionari” in cui i missionari o le missionarie chiacchieravano con la gente raccontando a loro l’avventura missionaria.


In questi luoghi comuni è stato rilanciato lo slogan ‘la missione è possibile’. La fattibilità di questa convinzione non avviene tanto dalla nostra capacità di realizzarla quanto piuttosto perché la fede in Gesù Cristo cambia il nostro modo di rapportarci con l’altro. Ce lo dice il Cardinale Antonio Tagle, “La missione è possibile con la fede. La fede ci dà nuovi occhi per vedere in un uomo o una donna, specialmente in un nemico o in una nemica, un prossimo, un fratello, una sorella”. Il mio augurio è che siamo capaci quindi di trasformare i luoghi comuni in un clima di fraternità e prossimità evangelica. Buona missione. 

Jumat, 31 Maret 2017

La bellezza del vangelo [1]




Vìctor Manuel Fernàndez ribadisce che noi annunciamo il vangelo non tanto perché ci è stato comandato da Gesù quanto piuttosto perché in esso troviamo il tesoro bello: non solo da apprezzare, ma anche da offrire. Questo tesoro lo vogliamo condividere agli altri perché lo abbiano, perché arricchisca la loro vita. Infatti nel sottotitolo l’autore enuncia già questo punto centrale “Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi (1Gv 1,3)”. 
Il tesoro di cui l’autore riferisce è Dio che si fa uomo in Gesù Cristo. Gesù è “un tesoro che umanizza, che ci aiuta a vivere una vita nuova. Non c’è nulla di meglio che possiamo trasmettere agli altri” (Fernandez, Uscire, p. 17). Questo tesoro è tipico ricchezza cristiana che nessuna altra religione può dare, però non significa che non abbiano le cose belle nelle loro religione. “Tutta la vita di Gesù, il suo stile di rapportarsi con i poveri, i suoi gesti, la sua coerenza, la sua generosità quotidiana e semplice, tutto è bello e accende il desiderio di farlo conoscere agli altri. Non è meraviglioso vedere come Gesù si muove, osservare i suoi atteggiamenti con la gente, la sua delicatezza nei riguardi degli esclusi dalla società, l’inesauribile dono di sé? Quando condividiamo tutto questo con gli altri, non lo facciamo per convincerli a forza, bensì per donare loro qualcosa che valga la pena, come apparecchiando per loro una tavola o facendo loro provare un profumo delizioso. Nessuno si mette un profumo per annusarselo da solo, ma per condividerlo con gli altri. Così è la missione” (Uscire, p.19). Gesù è il tesoro prezioso che Dio ci dà e allo stesso tempo il tesoro che un cristiano deve donare agli altri.
Per scoprire ed acquistare questo prezioso tesoro ci vuole un cuore contemplativo, “un cuore aperto che dedichi del tempo a considerare i minimi dettagli di Gesù che il Vangelo ci mostra” (Uscire, p.17). Ci vuole un coinvolgimento personale per poter conoscerlo; cioè non solo una conoscenza intellettuale piuttosto una esperienza stando sotto i suoi piedi come Maria di Betania. Infatti nel chiamare i suoi primi discepoli Gesù dice “venite e vedete; è una condizione che non può mancare. Avere un cuore contemplativo significa avere tempo ed essere disponibile a conformarsi con il modo di vivere di Gesù. In una frase riassuntiva si può dire che la bellezza del Vangelo consiste nel Vangelo stesso e nelle persone che vivono il Vangelo.
  
Alla fine Victor Manuel conclude che per donare agli altri questo grande tesoro ci vuole impegno creativo: “Chi sul serio si sia fermato a pregare con il Vangelo sa che non è bello privare gli altri di una bellezza che merita di essere conosciuta e goduta. Affinché possa essere scoperta dal maggior numero di persone, dovremo mettere in gioco la nostra creatività, la nostra delicatezza e la nostra sensibilità migliore, impegnandoci a presentare il Vangelo in modo tale che ne traspaia il fascino” (Uscire, p.20). Cioè non è sufficiente vedere la bellezza ma dobbiamo diventare il trasparente della bellezza del Vangelo quando lo viviamo realmente.  La nostra missione è tanto acquistare quanto condividere l’unico tesoro cristiano. Ovvero acquistare, cioè lasciarsi assorbire da questo tesoro, è già una missione. 
La bellezza del Vangelo richiama un pensiero di P. Francesco Marini sx, è stato uno dei miei cari formatori della mia vita cristiana-umana, il quale ribadiva l’esigenza missionaria. Lui diceva che l’esigenza dell’essere amato incondizionatamente da Gesù ci spingeva ad annunciarlo. Quindi annunciare il Vangelo non era un comandamento da obbedire o osservare, anzi era un sentirsi amato da Dio di Gesù Cristo e dal quale si va ad annunciarlo: “La sorgente e il fine della missione è questa Charitas Christi: il nostro amore per lui e ancor più il Suo amore per noi. La Missione nasce dall’incontro personale con Cristo, anzi dal traboccare di questo incontro e dalla esperienza che Cristo e il suo regno bastano alla vita di un uomo. È questo incontro che cambia la nostra vita e ci fa missionari; ed è questo incontro che ci proponiamo di suscitare in altri così che anche la loro vita diventi nuova. A partire da quella realtà, da quel Mistero creduto, vissuto, ricercato, dalla esperienza che Cristo è la soluzione dei problemi della nostra vita, la sua chiave di lettura, la Persona più amata, il punto di convergenza di tutte le nostre energie, sgorgherà inevitabilmente la pienezza della missione che ci avvicinerà alla gente, ci farà liberi, dialoganti, disposti al rischio, capaci di proporre e chiedere, dimentichi di noi e gaudiosi nelle difficoltà…La Missione nasce dunque dalla fede e dall’esperienza che Gesù è salvatore e Messia: che egli è il Cristo[2].



[1] Fernandez, Victor Manuel, “La bellezza del Vangelo” in Uscire per annunciare. Come Papa Francesco ci spinge alla missione, Emi, Bologna 2016, 17-20.
[2] Marini, Francesco, “Alle radici della missione: l’incontro personale con Cristo” in Cordialmente vostro, Missionari Saveriani, Roma, 1998, p.11.

Sabtu, 31 Desember 2016

Missione è vocazione e scelta#



Mi chiamo Ferdinandus Supandri e sono rientrato in Italia il 14 ottobre 2016. Prima, ero in Indonesia, il mio paese natale, per le vacanze e soprattutto per ricevere l’ordinazione presbiterale il 30 agosto 2016.




Con e per i giovani…
I superiori mi hanno chiesto di venire qui a Salerno, per realizzare il sogno di san Guido Maria Conforti: “Fare del mondo una sola famiglia in Cristo”. Mi impegnerò nell’animazione missionaria e vocazionale.

È un lavoro che richiede tutto di me: tanta forza fisica e mentale e un cuore umile, pronto a essere arricchito, prima di tutto, dalla Parola vivente del Signore, dalle realtà in cui mi trovo e sarò aiutato anche dalle persone conquistate dall’impegno missionario di san Guido Conforti.

Mi permetterò di dire che lavorerò con e per i giovani, ravvivando in loro lo spirito missionario perché si sentano protagonisti, inviati da Dio all’interno della vita ecclesiale e umana.

Credo che una tra le numerose caratteristiche dei giovani sia l’entusiasmo della scoperta: scoprire se stessi, il senso, il dono e il disegno di Dio nella loro vita.

Perciò, mi auguro che anche la mia presenza possa aiutare a orientare i ragazzi a scoprire e sentire la presenza di Dio nella loro esistenza.  



# l’articolo è stato già pubblicato nei Missionari Saveriani di dicembre 2016

Kamis, 30 Juni 2016

Desidererei di essere perdonato…

Il tema del campo lavoro missionario 2016 gestito dai Missionari Saveriani, Missionarie di Maria (Saveriane) e Laici Saveriani a Salerno è stata: “Missione: Misericordia”. Ai ragazzi partecipanti (12-18 anni) è stato ribadito di comprendere la missione non tanto di andare a un paese lontano dalla propria o di fare cose grandi quanto piuttosto, prima di tutto, di cominciare da sé a costruire e coltivare un cuore compassionevole rispecchiandosi a Gesù Cristo, il volto misericordioso di Dio Padre. Gesù salva e difende la donna che sta per essere lapidata con misericordia poiché Gesù vede la donna non dal suo peccato commesso, ma intuisce che la donna ha bisogno di essere liberata. Gesù ha compassione verso la donna. Gesù agisce non con la legge umana, ma con la legge divina, cioè misericordia. In una riflessione di gruppo, ai ragazzi è stata provocata questa domanda: “Se fossi tu al posto della donna, come desidereresti di essere giudicata/o?” Le risposte sono state queste: “Desidererei di essere giudicato con misericordia; desidererei di essere perdonato; desidererei di essere liberato”. Implicitamente nelle loro risposte contengono già il germe della misericordia da coltivare.

In particolare, in questo momento, vorrei evidenziare l’atto misericordioso di Gesù a Zaccheo in cui Gesù si fa accogliere da Zaccheo.

Nella Lectio Divina, martedì 21 giugno 2016, abbiamo letto e riflettuto la conversione di Zaccheo. C’era questa domanda nel nostro gruppo: che cosa mi incuriosisce, che cosa mi impressiona, che cosa mi attrae o che cosa mi meraviglia della storia di Zaccheo?

Mi impressiona la conversione immediata di Zaccheo. Mi sono chiesto: qual è la causa di questa sua conversione? Sapere che il suo cambiamento di atteggiamenti è nato dall’esperienza di essere accolto/amato da Gesù. Zaccheo è salito sull’albero non per essere guardato o visto da Gesù o dalla folla, per guardare Gesù: è salito non per convertirsi, ma per curiosità di conoscere Gesù.

Un’altra particolarità è lo sguardo di Gesù, puntato direttamente su Zaccheo sull’albero. Come mai Gesù, che sta in mezzo alla folla, riesce a notare o guardare Zaccheo? Il che significa che Gesù ha pensato o desiderato o voluto quest’incontro particolare con Zaccheo. In realtà Gesù ha preparato e ha voluto farsi accogliere da Zaccheo. Quindi la conversione di Zaccheo è avvenuta da quest’iniziativa sua e dall’accoglienza fatta da Gesù. Gesù non giudica Zaccheo per il lavoro che fa, per quanti soldi ha rubato o per i peccati che ha commesso: piuttosto Gesù accoglie Zaccheo come una persona bisognosa d’amore e di accoglienza.

Durante la messa conclusiva ho condiviso questo pensiero ai ragazzi:
 “Cari ragazzi, quest’accoglienza; questa capacità di incontrare e di accettare gli altri ce l’avete nel vostro sangue, fa parte del vostro DNA. Vi confesso che siete davvero le persone eccezionali, accoglienti e calorosi.  Mi stupisce il vostro modo in cui accogliete gli altri. La cosa che dovete fare è far crescere/alimentare nel vostro cuore questa capacità di accogliere calorosamente gli altri: dovete aumentarla, moltiplicarla ed esprimerla a chiunque.

Ancora una volta ve lo ripeto che l’esperienza di essere accolti e amati genera vita e fa la differenza. Tale esperienza suscita un cambiamento sentimentale, interiore e relazionale. L’esperienza di essere accettati in certo modo cambia la propria vita e la vita degli altri. L’esperienza dell’innamoramento—la vostra fase di vita—ce lo dimostra chiaramente. Cioè ci si innamora poiché ci si accorge di essere pensato/voluto/trattato con attenzione e sguardo particolare”.

Che cosa significa “Missione: Misericordia”? Essere misericordiosi significa porre o svolgere il proprio cuore (cordia) nei miseri altrui (misericordia: miseri e cordia). Il cuore si intende non tanto l’organo biologico dell’uomo quanto piuttosto il centro interiore dove si sperimenta la gioia e la delusione; la compassione e l’indifferenza su di sé e sugli altri. La missione come misericordia significa, quindi, coinvolgersi alla gioia degli altri. Significa anche avere compassione alle preoccupazioni, ai problemi e alle sofferenze delle persone in casa e dei vicini di casa.

Vorrei finire questo “racconto” scrivendo queste belle frasi formulati da alcuni dei ragazzi:
“Missione è muoversi, partire sempre per un nuovo servizio che non è destinato solo ai propri cari, ma a chiunque si trovi sul cammino”.
“Missione è non sentirsi mai arrivato nella formazione, nella fede, nell’amore e disponibilità per gli altri”.
“La più grande missione di un uomo è essere cristiani”.
“Le cose più vive e vere della nostra esistenza sono anche quelle che non si possono spiegare”.


Desidererei di essere perdonato…

Il tema del campo lavoro missionario 2016 gestito dai Missionari Saveriani, Missionarie di Maria (Saveriane) e Laici Saveriani a Salerno è stata: “Missione: Misericordia”. Ai ragazzi partecipanti (12-18 anni) è stato ribadito di comprendere la missione non tanto di andare a un paese lontano dalla propria o di fare cose grandi quanto piuttosto, prima di tutto, di cominciare da sé a costruire e coltivare un cuore compassionevole rispecchiandosi a Gesù Cristo, il volto misericordioso di Dio Padre. Gesù salva e difende la donna che sta per essere lapidata con misericordia poiché Gesù vede la donna non dal suo peccato commesso, ma intuisce che la donna ha bisogno di essere liberata. Gesù ha compassione verso la donna. Gesù agisce non con la legge umana, ma con la legge divina, cioè misericordia. In una riflessione di gruppo, ai ragazzi è stata provocata questa domanda: “Se fossi tu al posto della donna, come desidereresti di essere giudicata/o?” Le risposte sono state queste: “Desidererei di essere giudicato con misericordia; desidererei di essere perdonato; desidererei di essere liberato”. Implicitamente nelle loro risposte contengono già il germe della misericordia da coltivare.


In particolare, in questo momento, vorrei evidenziare l’atto misericordioso di Gesù a Zaccheo in cui Gesù si fa accogliere da Zaccheo.

Nella Lectio Divina, martedì 21 giugno 2016, abbiamo letto e riflettuto la conversione di Zaccheo. C’era questa domanda nel nostro gruppo: che cosa mi incuriosisce, che cosa mi impressiona, che cosa mi attrae o che cosa mi meraviglia della storia di Zaccheo?

Mi impressiona la conversione immediata di Zaccheo. Mi sono chiesto: qual è la causa di questa sua conversione? Sapere che il suo cambiamento di atteggiamenti è nato dall’esperienza di essere accolto/amato da Gesù. Zaccheo è salito sull’albero non per essere guardato o visto da Gesù o dalla folla, per guardare Gesù: è salito non per convertirsi, ma per curiosità di conoscere Gesù.

Un’altra particolarità è lo sguardo di Gesù, puntato direttamente su Zaccheo sull’albero. Come mai Gesù, che sta in mezzo alla folla, riesce a notare o guardare Zaccheo? Il che significa che Gesù ha pensato o desiderato o voluto quest’incontro particolare con Zaccheo. In realtà Gesù ha preparato e ha voluto farsi accogliere da Zaccheo. Quindi la conversione di Zaccheo è avvenuta da quest’iniziativa sua e dall’accoglienza fatta da Gesù. Gesù non giudica Zaccheo per il lavoro che fa, per quanti soldi ha rubato o per i peccati che ha commesso: piuttosto Gesù accoglie Zaccheo come una persona bisognosa d’amore e di accoglienza.

Durante la messa conclusiva ho condiviso questo pensiero ai ragazzi:
 “Cari ragazzi, quest’accoglienza; questa capacità di incontrare e di accettare gli altri ce l’avete nel vostro sangue, fa parte del vostro DNA. Vi confesso che siete davvero le persone eccezionali, accoglienti e calorosi.  Mi stupisce il vostro modo in cui accogliete gli altri. La cosa che dovete fare è far crescere/alimentare nel vostro cuore questa capacità di accogliere calorosamente gli altri: dovete aumentarla, moltiplicarla ed esprimerla a chiunque.

Ancora una volta ve lo ripeto che l’esperienza di essere accolti e amati genera vita e fa la differenza. Tale esperienza suscita un cambiamento sentimentale, interiore e relazionale. L’esperienza di essere accettati in certo modo cambia la propria vita e la vita degli altri. L’esperienza dell’innamoramento—la vostra fase di vita—ce lo dimostra chiaramente. Cioè ci si innamora poiché ci si accorge di essere pensato/voluto/trattato con attenzione e sguardo particolare”.

Che cosa significa “Missione: Misericordia”? Essere misericordiosi significa porre o svolgere il proprio cuore (cordia) nei miseri altrui (misericordia: miseri e cordia). Il cuore si intende non tanto l’organo biologico dell’uomo quanto piuttosto il centro interiore dove si sperimenta la gioia e la delusione; la compassione e l’indifferenza su di sé e sugli altri. La missione come misericordia significa, quindi, coinvolgersi alla gioia degli altri. Significa anche avere compassione alle preoccupazioni, ai problemi e alle sofferenze delle persone in casa e dei vicini di casa.

Vorrei finire questo “racconto” scrivendo queste belle frasi formulati da alcuni dei ragazzi:
“Missione è muoversi, partire sempre per un nuovo servizio che non è destinato solo ai propri cari, ma a chiunque si trovi sul cammino”.
“Missione è non sentirsi mai arrivato nella formazione, nella fede, nell’amore e disponibilità per gli altri”.
“La più grande missione di un uomo è essere cristiani”.
“Le cose più vive e vere della nostra esistenza sono anche quelle che non si possono spiegare”.


Selasa, 31 Mei 2016

Il rapporto tra giustizia e misericordia Nella Bibbia, in Tommaso d’Aquino e in Papa Francesco


 Premessa
Questo lavoro scaturisce dalla mia lettura del n. 20 della Bolla Misericordiae vultus di Papa Francesco, in cui egli evidenzia un rapporto intrinseco tra giustizia e misericordia sulla base della visione biblica dei due concetti.
Questo rapporto (per lui, Papa Francesco) è molto importante per evitare la concezione legalistica della giustizia, cioè osservare la legge letteralmente. Questa tendenza legalistica crea la separazione. Dice il Papa: “Davanti alla visione di una giustizia come mera osservanza della legge, che giudica dividendo le persone in giusti e peccatori, Gesù punta a mostrare il grande dono della misericordia che ricerca i peccatori per offrire loro il perdono e la salvezza”.[1]
Nel contesto culturale e religioso, almeno del Vangelo, questa giustizia legalistica creava una esclusione tra i giusti e i non giusti; tra i santi e i peccatori, gli osservanti e i non osservanti. In particolare, se funzionasse ancora la legge: ‘occhio per occhio, dente per dente’, allora tutta la gente mancherebbe almeno di una parte del corpo. Nel nostro contesto la giustizia legalistica permette l’oppressione e la violenza. In fondo al principio legalistico c’è sempre la preoccupazione della credibilità della legge, perché, con la mentalità attuale, non priva dalle interesse personali, sembra che la legge sia favorevole solo ai potenti (es: la legge elettorale in qualche paese; in Indonesia in certo periodo di religiosità, di giorno i ristoranti sono pregati di non aprirli, per favorire la maggioranza).
 “Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare”.[2] Giovanni Paolo II precisò il rischio grosso di questa giustizia legalistica, dicendo: “E’ ovvio, infatti, che in nome di una presunta giustizia (ad esempio, storica o di classe) talvolta si annienta il prossimo, lo si uccide, si priva della libertà, si spoglia degli elementari diritti umani”.[3] La tendenza a percepire la giustizia in questo modo è molto opprimente, fa perdere a questo concetto il suo valore liberante e umano. La giustizia legalistica crea più la morte che la vita; crea più la separazione e la distanza che l’unità. Il papa intuisce questa decadenza del valore originario della giustizia perciò vuole recuperarlo rapportandolo al concetto di misericordia perché “L'esperienza del passato e del nostro tempo dimostra che la giustizia da sola non basta e che, anzi, può condurre alla negazione e all'annientamento di se stessa, se non si consente a quella forza più profonda, che è l'amore, di plasmare la vita umana nelle sue varie dimensioni. È stata appunto l'esperienza storica che, fra l'altro, ha portato a formulare l'asserzione: sommo diritto, somma ingiustizia (summum ius, summa iniuria). Tale affermazione non svaluta la giustizia e non attenua il significato dell'ordine che su di essa si instaura; ma indica solamente, sotto altro aspetto, la necessità di attingere alle forze dello spirito, ancor più profonde, che condizionano l'ordine stesso della giustizia”.[4]

In questo lavoro vorrei evidenziare il rapporto tra giustizia e misericordia esaminandolo dal punto di vista della Bibbia, di Tommaso d’Aquino e di Papa Francesco nel documento Misericordiae vultus.

1. Giustizia e Misericordia nella Bibbia
1.1. La giustizia di Dio e dell’uomo
La giustizia in senso biblico ha, tra le altre, una dimensione religiosa, esprime l’atteggiamento di Dio riguardo all’alleanza. L’agire di Dio è sempre coerente alla promessa fatta, con la quale ha stretto alleanza con il suo popolo. La giustizia di Dio si manifesta quando Dio compie le sue promesse, nonostante ci sia l’infedeltà del suo popolo eletto. Su questo argomento Walter Kasper dice: Il concetto Biblico della giustizia zaddiq e zedaqah (giusto e giustizia) è diverso. Non sta in oppposizione a questa definizione [la giustizia è la virtù che concede a ognuno, suum cuique, ciò che gli spetta (Ulpiano, III sec.)…] ma la determina e la rende concreta. Esso intende la giustizia come fedeltà all’alleanza di Dio con Abramo (Gen 15) e poi con il suo popolo eletto (Es 19 s.; Dt 5 s.). Giusto è colui chi si attiene alla legge dell’alleanza (Ex 24,3; Dt 5,1; 6,17.25; Sa 106,3.31), e l’ubbidienza alla volontà di Dio ovvero la fede va accreditata come giustizia (Gen 15,6; Sa 106,3.31; Rm 4,3.9.22; Gal 3,6; Gc 2,23). Così la giustizia non è un ordine delle cose e del cosmo, soprattutto non è solo una questione economica, ma la giustizia consiste sia nel rapporto relazionale e comprensivo di fede con Dio, sia nel rapporto solidale e rispettoso fra gli uomini e nel rapporto responsabile con il creato, che è affidato all’uomo e al suo uso perché lo coltivi e lo custodisca (Gen 1,28; 2,15; Sa 8,7 ss.)[…] È la convinzione fondamentale della Bibbia, che Dio è giusto e giudicherà il mondo con giustizia, con rettitudine deciderà le cause dei popoli (Sa 9,9; Atti 17,36)”.[5]
In questo senso la giustizia si riferisce alla fedeltà al rapporto stabilito: Dio è giusto perché è fedele all’alleanza ed è altrettanto vero che l’uomo è giusto mantenendo la fedeltà all’alleanza (nell’adorare e nell’affidarsi solo a Dio). In altre parole l’obbedienza al patto con Dio è l’espressione della giustizia umana verso Dio. Questa obbedienza è gradita a Dio anche nel cuore contrito per aver commesso l’infedeltà:“I profeti affermano: Non basta l’abluzione esteriore, Dio vuole la purificazione e la conversione interiore del cuore. La predicazione fondamentale dei profeti è la chiamata alla conversione (schub; metanoia) a Dio, cioè il ritorno al rapporto e all’amore iniziale (Os 2,21 s.; 14,5). “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15; cfr. Os 14,2 s; Ger 3,19- 4,4; Ez 33,11 ecc.). “Tu non gradisci il sacrificio, se offro olocausti tu non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi” (Sal 51,19; cfr. 34,19; 40,7 s; Is 66,2 ss.; Gl 2,12 s). Dio vuole diritto e giustizia e non sacrifici (Am 5,21-27; Is 1,10-17; 5, 8, 5-8; Zac 7,5-10), vuole la misericordia e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti (Os 6,6).[6]. La giustizia biblica, quindi, ha un valore relazionale[7], cioè è collocata nel rapporto con l’altro più che nel rapporto con una legge scritta..

1.2. La misericordia di Dio e dell’uomo
Ci sono due termini molto noti per identificare la misericordia nella Bibbia: sono hesed e rahamim. Il termine hesed (ebraico) viene tradotto con «misericordia», l’amore tenero e fedele, che appartiene al vocabolario dell’alleanza e che descrive il modo di essere e la bontà di Dio (cfr. Sal 103). Giovanni Paolo II in Dives in misericordia dice “Nell’antico Testamento hesed viene riferito al Signore [...] sempre in rapporto all’alleanza, che Dio ha concluso con Israele. Tale alleanza fu, da parte di Dio, un dono e una grazia per Israele”.[8] Il popolo eletto, Israele, è caduto nell’infedeltà dell’idolatria. Cosa fa Dio quando Israele ha rotto l’alleanza? Dio gli risponde mostrando il suo hesed: “Ma proprio allora hesed, […], svelava il suo aspetto più profondo: si manifestava ciò che era al principio, cioè come amore che dona, amore più potente del tradimento, grazia più forte del peccato.[9] Hesed è allora la fedeltà amorosa di Dio alla propria alleanza: Dio resta fedele anche quando il popolo tradisce, perché è il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà”(Es 34,6). Hesed di Dio significa che Dio è fedele a sé e mantiene la sua parola, quindi la misericordia è l’identità personale più profonda di Dio: “A chi voglio fare grazia e di chi voglio avere misericordia, avrò misericordia” (Es 33,19).
Il termine rahamim si riferisce all’amore materno e viscerale di Dio. Si può dire anche tale termine esprime la tenerezza di Dio: “La radice rhm evoca il grembo materno, e il plurale rahamin descrive quel sentimento ricco di emotività che è l'amore materno (cf. Is 49,15): la sua traduzione migliore è tenerezza”.[10] Siccome le viscere fanno parte intima della corporeità umana ne consegue che l’amore viscerale di Dio ha a che fare con il suo sentimento di bontà, di compassione che scaturisce o nasce dal profondo del suo essere. Il che significa che l’amore di Dio verso noi, come rahamim, nasce non da una legge esteriore che lo costringe, ma al contrario nasce da un sentimento spontaneo e gratuito, nasce dall’esigenza del cuore che lega la madre al figlio. Questo amore viscerale appare nell’atteggiamento di Dio che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cfr. la parabola del padre misericordioso di Lc 15,11-32). Vale la pena evidenziare la spiegazione di Giovanni Paolo II su questo argomento: “Il secondo vocabolo, che nella terminologia dell’Antico Testamento serve a definire la misericordia, è rachamìm. Esso ha una sfumatura diversa dal termine hesed. Mentre questo pone in evidenza i caratteri della fedeltà verso se stesso e della responsabilità del proprio amore (che sono caratteri in certo senso maschili), rahamìm, già nella sua radice, denota l’amore della madre (rehem = grembo materno). Dal più profondo e originario vincolo, anzi dall’unità che lega la madre al bambino, scaturisce un particolare rapporto con lui, un particolare amore. Di questo amore si può dire che è totalmente gratuito, non frutto di merito, e che sotto questo aspetto costituisce una necessità interiore: è un’esigenza del cuore. È una variante quasi femminile della fedeltà maschile a se stesso, espressa dalla hesed. Su questo sfondo psicologico, rahamìm genera una gamma di sentimenti, tra i quali la bontà e la tenerezza, la pazienza e la comprensione, cioè la prontezza a perdonare. L’antico Testamento attribuisce al Signore appunto tali caratteri, quando parla di lui servendosi del termine rachamìm. Leggiamo in Isaia:Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai (Is 49,15)[11].

 Davanti al Dio misericordioso che cosa fa l’uomo? L’uomo esprime la sua fiducia chiedendo il suo perdono e osservando i suoi commandi. Avere fiducia in Dio è l’espressione dell’amore dell’uomo verso Dio. Si può citare il caso di Davide il quale, dopo aver commeso un peccato, si è pentito e ha chiesto perdono a Dio. Mosè (Es 32) stesso ha chiesto perdono a Dio ricordandogli la promessa fatta ai Patriarchi di Israele.

1.3. Giustizia e Misericordia di Dio e dell’uomo nella Bibbia
Da queste spiegazioni si può affermare che sia la giustizia che la misericordia in senso biblico hanno a che fare con l’alleanza. Dio mostra la sua giustizia e misericordia per realizzare la sua promessa dando vita al popolo con cui si allea. Dall’altra parte l’uomo sperimentando la fedeltà di Dio gli esprime la sua fiducia. Quindi nella Bibbia la giustizia e la misericordia non si oppongono, anzi esprimono insieme l’identità di Dio o meglio l’atteggiamento di Dio verso il suo popolo e l’atteggiamento dell’uomo verso Dio.

2. Giustizia e Misericordia secondo Tommaso d’Aquino
2.1. La giustizia di Dio e dell’uomo
Per S.Tommaso la giustizia è “un ‘abito’, ossia una disposizione abituale dell’animo che tende a dare a ciascuno il suo, ciò che è strettamente connesso con una determinata persona sia per diritto naturale, sia per diritto positivo”[12]. Qui la giustizia ha a che fare con l’altro, cioè la disposizione di cogliere che l’altro è bisognoso come me e di riconoscere il diritto che spetta all’altro. Perciò tale giustizia crea un modo di rapportarsi/relazionarsi in modo paritario (uguaglianza). L’insistenza sul ‘dare a ciascuno ciò gli aspetta’ promuove il bene comune, cioè promuove il rapporto costruttivo/positivo e responsabilizzato tanto tra i singoli quanto tra la comunità e la singola persona e viceversa. Da qui derivano tre tipi di giustizia che conosciamo nell’ambito civile: commutativa, legale e distributiva[13].
 La giustizia di Dio secondo S Tommaso è distributiva nel senso che Dio offre o dà a ciascuno gratuitamente senza aspettare nulla in cambio. Nella rivelazione si vede molto la gratuità di Dio in cui si dona totalmente perché l’uomo abbia la vita. 

2.2. La misericordia di Dio e dell’uomo
Misericordia significa avere compassione per la miseria altrui e tale compassione scaturisce da un cuore misero che si avverte per chi versa in necessità, e che conduce/spinge una persona a prestare soccorso: “(…) è il sentimento di compassione che si avverte per chi versa in necessità, e che induce una persona a prestare soccorso: ‘misericordioso si dice chi ha un cuore pieno di commiserazione […] perché alla vista delle altrui miserie è preso da tristezza, come se si trattasse della sua propria miseria. E da ciò proviene che egli si adoperi a rimuovere l’altrui miseria. E questo è l’effetto della misericordia’ (I, q. 21, a. 3)”.[14]  Questa misericordia “va attribuita a Dio in modo principalissimo: non per quanto ha di sentimento o passione, ma per gli effetti che produce”(I, q. 21, a.3). Questo atto misericordioso di Dio avviene nella liberazione del popolo Israele dalla schiavitù dell’Egitto (Es 3,7); nel NT diviene visibile nella parabola del buon samaritano, e anche del padre misericordioso. Commentando Tommaso, Fausto Grimaldi scrive: “Allora, dal lato antropologico l’Aquinate ritiene che la misericordia è la compassione della miseria altrui […] Il cuore, il centro, il fulcro e la ragion d’essere della misericordia sta nella mancanza (privazione) di qualcosa nell’altro. Si è misericordiosi non perdonando (nel senso esclusivo del termine), ma colmando l’altro del vuoto che possiede; riversando nell’altro l’amore misericordioso che l’altro (non) si aspetta. Misericordia è moto, movimento, tensione verso l’altro: ed è così si opera la giustizia[15].

2.3. Il rapporto tra giustizia e misericordia
Sia giustizia che misericordia parlano di un atto relazionale, cioè di un rapporto con l’altro in cui la giustizia richiama una necessità obbligatoria di dare a ciascuno ciò che a lui è dovuto, mentre l’atto di misericordia scaturisce da una volontà gratuità anche verso chi è indegno di riceverlo. Ma c’è un rapporto più profondo in cui la misericordia va oltre la giustizia[16] ed è anche la pienezza[17] della giustizia.

3. Giustizia e Misericordia secondo Papa Francesco
3.1. Giustizia di Dio e dell’uomo
Papa Francesco ammette il concetto di giustizia come applicazione della legge secondo un ordine giuridico della società civile per garantire il suo bene comune e dovere di dare a ciascuno che gli spetta come suo diritto,[18] ma nello stesso tempo mette in luce la parte mancante di tale concetto e va oltre, superandolo con la visione scritturisca.
Egli dice, per superare la prospettiva legalista, che “la giustizia è concepita essenzialmente come un abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio”[19].
Commentando Paolo nella sua lettera ai Galati: “Abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge” (2,16), Papa Francesco scrive: “La sua comprensione della giustizia cambia radicalmente. Paolo ora pone al primo posto la fede e non più la legge. Non è l’osservanza della legge che salva, ma la fede in Gesù Cristo, che con la sua morte e resurrezione porta la salvezza con la misericordia che giustifica. La giustizia di Dio diventa adesso la liberazione per quanti sono oppressi dalla schiavitù del peccato e di tutte le sue conseguenze. La giustizia di Dio è il suo perdono (cfr Sal 51,11-16)”.[20] Ora la fede giustifica perché il suo oggetto non è più una legge (oggetto passivo misurato dall’uomo) ma la persona di Cristo che sceglie e misura, crea l’uomo nuovo. Si veda anche Mt 1,19 e 3,15 in cui Giuseppe e Gesù adempiono la giustizia perché accolgono il disegno di Dio, il quale insegna continuamente agli uomini la giustizia (cfr. Is 26,9).

3.2. Misericordia di Dio e dell’uomo
Papa Francesco, nel Misericordiae vultus, usa il termine ‘amore viscerale’ per descrivere la misericordia: “Insomma, la misericordia di Dio è […] una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio. È veramente il caso di dire che è un amore “viscerale”. Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono” (Mv 5). “Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato. […] Dinanzi alla gravità del peccato, Dio risponde con la pienezza del perdono. La misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona.”(Mv n. 2). In Gesù Cristo questa misericordia di Dio trova il suo atto e volto visibile (Mv n. 1) nell’avere compassione (Mv n. 8), nel cercare i perduti e gioire dopo averli trovati (Mv n. 9).
La misericordia viscerale descritta da Papa Francesco mostra il nucleo della fede e dell’agire cristiano. Cioè, siccome le viscere sono la parte profonda della corporeità umana, allora, nel loro senso figurato, significano che la misericordia al cuore della vita di Dio e del suo agire.
Il suo amore verso di noi non scaturisce da un rapporto dovuto, ma nasce da un sentimento spontaneo e da una compassione o bontà gratuita. Il prendersi cura di una madre verso suo figlio nasce da un amore gratuito per il bene del bambino: “Come si nota, la misericordia nella Sacra Scrittura è la parola-chiave per indicare l’agire di Dio verso di noi. Egli non si limita ad affermare il suo amore, ma lo rende visibile e tangibile. L’amore, d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua responsabilità per noi. Lui si sente responsabile, cioè desidera il nostro bene e vuole vederci felici, colmi di gioia e sereni. È sulla stessa lunghezza d’onda che si deve orientare l’amore misericordioso dei cristiani. Come ama il Padre così amano i figli. Come è misericordioso Lui, così siamo chiamati ad essere misericordiosi noi, gli uni verso gli altri” (Mv n. 9).

3.3. Il rapporto tra giustizia e misericordia secondo Papa Francesco
Papa Francesco scrive: “Non sarà inutile in questo contesto richiamare al rapporto tra giustizia e misericordia. Non sono due aspetti in contrasto tra di loro, ma due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore. […] Da parte sua, Gesù parla più volte dell’importanza della fede, piuttosto che dell’osservanza della legge. Commentando Mt 9,13[«Andate e imparate che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori»] in cui Gesù si trova a tavola con i peccatori, Papa Francesco scrive ”Davanti alla visione di una giustizia come mera osservanza della legge, che giudica dividendo le persone in giusti e peccatori, Gesù punta a mostrare il grande dono della misericordia che ricerca i peccatori per offrire loro il perdono e la salvezza. […] La misericordia non è contraria alla giustizia ma esprime il comportamento di Dio verso il peccatore, offrendogli un’ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere.[…] Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge. La giustizia da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi solo ad essa rischia di distruggerla. Per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il perdono. Ciò non significa svalutare la giustizia o renderla superflua, al contrario. Chi sbaglia dovrà scontare la pena. Solo che questo non è il fine, ma l’inizio della conversione, perché si sperimenta la tenerezza del perdono. Dio non rifiuta la giustizia. Egli la ingloba e supera in un evento superiore dove si sperimenta l’amore che è a fondamento di una vera giustizia. Dobbiamo prestare molta attenzione a quanto scrive Paolo per non cadere nello stesso errore che l’Apostolo rimproverava ai Giudei suoi contemporanei: «Ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio. Ora, il termine della Legge è Cristo, perché la giustizia sia data a chiunque crede» (Rm 10,3-4). Questa giustizia di Dio è la misericordia concessa a tutti come grazia in forza della morte e risurrezione di Gesù Cristo”[21].

4. Conclusione
Parlando del rapporto tra giustizia e misericordia, la Bbbia mette sullo stesso livello; la giustizia di Dio è la Sua misericordia. Tale rapporto nel pensiero di Tommaso d’Aquino e di Papa Francesco ha un grado diverso. Entrambi mettono la misericordia ad un livello più alto rispetto alla giustizia: la misericordia è l’apice. Si può capire questa preferenza della misericordia perché la giustizia sembra perdere il suo valore liberante.
Giustizia e misericordia hanno uno scopo comune: l’intersoggettività.Tutte due hanno a che fare con la relazione tra le persone però ciascuna basa il suo rapporto su fonti differenti.
La giustizia ha a che fare con un rapporto vincolato da una legge: considera le relazioni tra gli uomini dal punto di vista della legge. La giustizia nasce in un contesto sociale e collettivo per il bene comune, nel quale va rispettata perché la legge costringe a fare così. Quindi in un certo senso l’intersoggettività diventa un dovere da compiere verso l’altro. Inoltre, la legge che vincola la relazione sociale per il bene comune viene promulgata sulla base del consenso pubblico derivato dalla logica umana. Bisogna considerare, però, che questa logica umana non può prescindere dall’influsso culturale da cui appartiene quindi certe concezioni sono culturali. Questo mette in discussione l’universalità del valore che vuole trasmettere. Capire l’uomo dalla logica solamente umana, nella storia, non porta a raggiungere un bene comune, ma anzi un bene parziale segnato dal conflitto di interesse. La supremazia della logica umana a volte porta a togliere/negare l’esistenza dell’altro. La filosofia che dice che la realtà è ciò che si pensa—cioè la realtà è il pensiero—ha causato la morte di tante persone.
La Bibbia propone una visione di giustizia basata sulla fedeltà di Dio al suo patto, in fondo, a se stesso. La legge, pure promulgata e facente parte dell’alleanza, viene superata dall’atteggiamento di Dio, fedele alla sua scelta, intenzione, promessa.
La misericordia, d’altra parte, è un modo di relazionarsi con l’altro nel quale Dio diventa il protitipo del rapporto interpersonale: è un modo di vedere l’altro dal punto di vista di Dio.
Mi piace San Tommaso quando definisce la parola ‘misericordia’ dividendola in due parole: ‘miseri’ e ‘cordia’. Cioè, misericordia vuol dire mettere il proprio cuore nella miseria degli altri. Il cuore di Dio è amare, quindi, Dio, nel suo rapporto con noi, mette il suo cuore e amore perché viviamo. Lui sa che non siamo capaci di ricambiare il suo amore. Allora che cosa fa? Lui aumenta il suo amore. Lui non può fare altro che amare, poiché il suo essere è amore: ‘Dio è amore’ (1 Gv 4,8). Così la misericordia di Dio diventa la misura valutativa per eseguire la giustizia umana. Nel senso che l’uomo ubbidisce alle leggi umane nella misura in cui esse riflettono la volontà di Dio.






[1] Papa Francesco, Misericordiae vultus, n. 20.
[2] Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 53.
[3] Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, no. 12.
[4] Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, no. 12.
[5] W. Kasper, “Perdono cristiano e riconciliazione tra le chiese”, in Misericordia e perdono: XIII Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, Bose, 9-12 settembre 2015.
[6] Ibidem.
[7]La giustizia nella Bibbia affonda le sue radici nell’etica, che definisce l’uomo come essere capace di rapportarsi secondo verità a un altro soggetto. Essere giusto o ingiusto è dato non tanto dall’obbedienza a una norma imposta, ma dalla capacità di riconoscere nel volto dell’altro la propria dimensione di persona giusta. L’«altro» nella Bibbia è innanzitutto Dio, ma è anche il fratello, il prossimo, l’altro essere umano che esige il riconoscimento della propria dignità. Il significato di giustizia nella Bibbia si riferisce sempre a una relazione fra individui o a gruppi ed esprime, attraverso l’idea classica della bilancia, un’idea di equilibrio tra le parti, che, in termini sia giuridici sia morali, esprime un aspetto di doverosità verso gli altri e di esigibilità verso se stessi” (F.Occhetta “Le radici morali della giustizia riparativa”, in La Civiltà Cattolica 2008 IV 444-457, Quaderno 3803 (6 dicembre 2008), 445).
[8] Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, nota 52.
[9] Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, nota 52.
[11] Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, nota 52.
[12] E. Ancilli, “Il concetto di giustizia secondo san Tommaso”, in Dizionario enciclopedico di spiritualità 2, Roma: Città Nuova, 1990.
[13] “La giustizia in senso giuridico significa dare a ciascuno ciò che gli aspetta come suo diritto. Da questo concetto deriva la giustizia commutativa che è regola le relazioni, diritti e doveri, fra individui (ad es. se compro una cosa, devo pagarne il prezzo); giustizia distributiva è ciò che regola gli obblighi della società verso gli individui (ad es. se lo stato pone delle imposte a carico dei cittadini, deve distribuire equamente i pesi, graduando l’ammontare dell’imposte in base alla capacità contributiva di ogni cittadino), giustizia legale ciò che determina i doveri che qualcuno ha nei confronti della società/bene comune (ad es. l’obbligo di pagare le tasse, l’obbligo di di osservare le leggi, etc.) cfr. G. Scardillo, “In tema di rapporto tra ‘misericordia’ e ‘giustizia’”, in Laòs XXII (2015)/3 Settembre-Dicembre, pp. 53--78, p.70.
[14] B. Mondin, “Misericordia” in: Dizionario enciclopedico di filosofia e teologia morale, Massimo, Milano 1989, p. 399.
[15] F. Grimaldi, “Misericordia: compassione, reciprocità e prospettiva antropologica”, in Laòs, XXII (2015)/3 Settembre-Dicembre, pp. 37-45, p.39.
[16] “Già la creazione è un atto di misericordia e non di giustizia, in quanto Dio dà alla creatura ciò per cui non può vantare nessun diritto ed è massimamente indebito, l’essere: ‘La giustizia consiste nella retribuzione dei meriti e perciò nella creazione non si può parlare di giustizia […]. Invece nell’opera della creazione si può parlare di misericordia perché, creando, Dio toglie il più grande di tutti i difetti, vale a dire il non essere […]: e questo lo fa per volere totalmente gratuito e non costretto da alcun debito’” (B. Mondin, “Misericordia”, in: Dizionario enciclopedico di filosofia e teologia morale, Massimo, Milano 1989).
[17] “Come egli sottolinea altrove, in Dio non ci può essere alcuna contraddizione tra giustizia e misericordia, perché ‘Dio è misericordioso, non perché compie qualcosa contro la giustizia, ma perché egli va oltre la giustizia, come nel caso di un creditore al quale sono dovuti centro denari; se questi di propria iniziativa concede al debitore duecento denari, questo tale non va contro la giustizia, ma è semplicemente generoso e misericordioso […] Ne consegue che la misericordia non prescinde dalla giustizia, ma che essa è in un certo senso pienezza della giustizia’ (ST,I, q. 21, a. 3)”, (M.M. Lintner, “Dio giusto o misericordioso?”, in Quaderni di spiritualità 20, n.58, Monte Senario, Gennaio-Aprile 2016, p.29).
[18] “La giustizia è un concetto fondamentale per la società civile quando, normalmente, si fa riferimento a un ordine giuridico attraverso il quale si applica la legge. Per giustizia si intende anche che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto”, (Papa Francesco, Misericordiae vultus no. 20).
[19] Papa Francesco, Misericordiae vultus no. 20.
[20] Papa Francesco, Misericordiae vultus n. 20.
[21] Papa Francesco, Mv nn. 20-21.