Sabtu, 30 April 2016

L’amare è qualificare l’amore ricevuto e sperimentato…


Nel vangelo di oggi (quinta domenica di pasqua anno c: Gv 13,31-33a.34-35) sentiamo il desiderio profondo di Gesù che i suoi discepoli si amino come Lui li ha amati. In più Gesù vuole che amarsi gli uni gli altri diventi l’identità e il modo di essere dei cristiani: “Da questo tutti sapranno che sieti miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Gesù mette l’amore come vincolo della relazione, come centro della vita o meglio come linfa che alimenta, sostiene e nutre la vita.

L’insegnamento di Gesù di amarsi gli uni gli altri ha a che fare davvero con l’esperienza umana. Cioè sappiamo che cosa significa l’amore quando sperimentiamo la gioia di essere amati. Il tuo cuore è ardente quando qualcuno ti dice ‘ti voglio tanto bene; io ti amo!’ E purtroppo sperimentiamo anche la delusione o il doloro profondo di non sentirci amati soprattuto da coloro che dovrebbero amarci. Scopriamo quindi l’importanza dell’amore perché siamo nati e circondati dall’amore dei nostri genitori, dei nostri familiari, degli amici e dei conoscenti. Senza l’amore non potremmo mai immaginare come sarebbe il nostro mondo.

C’è da riflettere: l’amore che penso, che ricevo, che sperimento e che do davvero coincide con l’amore che Gesù ha voluto che ci fosse? Gesù dice “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. L’amore divino diventa il termine di paragone del nostro amore verso gli altri. La sua manifestazione più alta è nella croce di Cristo. Alla luce di quest’imitazione dell’amore di Cristo per noi, si può affermare che esistono diverse espressioni di amore. Osservando l’esperienza della vita e le disposizioni del cuore di ognuno di noi, dobbiamo riconoscere che siamo spinti dall’amore del prossimo in modi diversi: sperimentiamo l’amore suscitato dal desiderio di ricevere un contracambio (l’amore mercenario: io ti do sperando che tu mia dia); c’è l’amore servile cioè l’amore suscitato per timore e per legge;’amirazione e dall’idealizzazione dell’oggetto amato (amore servile), e poi c’è l’amore che non è suscitato dall’oggetto amato, ma soltanto dall’ispirazione d’amore che anima colui che ama (amore oblativo), è un amore disenteressato, è un amore gratuito. Quando l’oggetto amato non ha alcuna ragione per essere amato, allora l’amore di chi lo ama ha raggiunto la perfezione del modello divino. Questo amore gratuito cioè dono di se stessi è ciò che Gesù ha fatto nella sua vita dicendo ai suoi discepoli di fare altretanto.

L’amore che Gesù vuole da noi non è estraneo, ma è espresso nell’amore quotidiano che proviamo e sentiamo. Il nostro compito è purificare e perfezionare l’amore ricevuto e sperimentato. Dovremo purificare il nostro grado di amore dall’amore mercenario e servile all’amore gratuito. Quindi la novità dell’amore di Cristo non è una novità cronologica—cioè ieri non c’era e poi adesso c’è—ma una novità qualitativa. Cioè qualifichiamo l’amore che esiste già. E’ un approfondimento della sua esperienza e sostanza. Detto in altre parole: i miei mi amano o mi vogliono tanto bene. Il mio compito è continuare quest’esperienza di essere amato moltiplicandola, perfezionandola e purificandola nella luce dell’amore di Cristo.

Infatti Gesù stesso lo dice che “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono li presente”. Quale è il nome di Dio? Il suo nome è amore:’Dio è amore’ (1 Gv 4,8 ). Quindi quando c’è l’amore che penetra qualsiasi attività umana Dio è presente. C’è da chiedere: nella nostra famiglia, nella nostra parrocchia, nella nostra comunità, nelle nostre relazioni c’è questo amore?




Selasa, 08 Maret 2016

Chiama padre perché sa di essere suo figlio…


Mi sembra che il vangelo di oggi (Lc 5,1-3.11-32 : quarta domenica di quaresima, anno c) ci mostri uno specchio nel quale riconosciamo e vediamo il nostro essere figli davanti al Padre misericordioso. Lo stesso testo ce lo esplìcita nelle ripetizioni della parola ‘figlio’ (che ricorre nove volte) e la parola ‘padre’ (che ricorre dodici volte). Quando sentiamo la parola ‘figlio’ e ‘padre’ la identifichiamo subito in un ambiente familiare; cioè, chiama padre perché sa di essere suo figlio e viceversa. Purtroppo, i due figli in questa parabola, non sanno cogliere e gustare l’amore paterno del padre ; in realtà non sanno di essere figli.

Il figlio minore chiedendo l’eredità (che a lui spetta) elimina/toglie la figura del padre. Cioè, di solito nella nostra cultura, l’eredità viene divisa al procinto della morte del padre. Il figlio minore chiede a suo padre di dargli l’eredità come se il padre stesse già per morire. Il che significa che dentro il suo cuore, il padre è già morto, lo elimina; vuol dire che il suo padre non vale più niente. Il figlio minore per essere libero e per avere la propria autonomia, si distacca dal padre e elimina la relazione filiale con il padre. Siamo consapevoli che non siamo lontani da questa figura del fratello minore. Basta pensare agli anziani lasciati soli dai propri figli o familiari a casa propria o a casa di cura per anziani. Sì, è vero che una volta al messe si va a trovarli. Ma è sufficiente andare a trovarli una volta al messe per esprimere il nostro volerci bene, il nostro ringraziamento e i nostri affetti? Facendo cosi ai nostri familiari rispecchia o mostra il nostro allontanamento da Dio di Gesù Cristo.

Il figlio maggiore essendo a casa con il padre non riesce a gustare l’amore del padre, non riesce a percepire che tutto ciò che è di suo padre è anche suo. Lui pensa di guadagnare l’amore di Dio facendo le opere e seguendo le leggi. Lui si manifesta incapace di vivere da figlio, vivendo invece da servo e soprattutto negando l’amore attraverso il primato del merito : “non ho mai disobbedito a un tuo comando (v. 29). Questo figlio maggiore non è cosciente di essere figlio perché non riesce a chiamarlo/identificarlo come padre e non riesce a considerare il fratello perduto come suo fratello. I cattolici che criticano o almeno che hanno paura della riforma di Papa Francesco fanno parte di questa figura del figlio maggiore. Quindi, l’ignoranza della paternità e della bontà di Dio padre impedisce al figlio di sentirsi fratello dell’altro.

Il padre viene ritenuto inutile, viene negato e viene abbandonato dai propri figli è un’esperienza davvero mortale, pesante, umiliante, spiacevole e deludente. Ma che cosa fa questo padre? Il padre gli risponde con la sua misericordia aspettandolo, abbracciandolo e dicendo “facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. In particolari i versetti 20-21 ci descrivono l’incontro scovolgente del figlio minore con suo padre : “Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse : Padre, ho peccato verso il cielo e davanti a te : non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. In questi due versetti vediamo che la confessione del peccato è successivo rispetto all’abbraccio o all’accoglienza amorevole del padre. L’espressione del pentimento, cioè di aver comesso peccato, viene dopo essere stato abbracciato dalla misericordia del Padre. Qui il testo non dice che il padre aspettava che il figlio gli dicesse di avere peccato, di aver spreccato inutilmente l’eredità,  per poi abbracciarlo e perdonarlo. Questo gesto del padre mostra che l’amore di Dio precede la nostra risposta giusta o sbagliata nei suoi confronti. L’amore di Dio è molto più grande e molto più importante dai nostri peccati. Qui l’amore di Dio che previene, che anticipa e che ci salva. Questo significa che il nostro pentimento e la nostra confessione del peccato non avviene, se prima non abbiamo sperimentato la sua misericordia. In altre parole che la nostra disponibilità di confessarsi avviene perché la sua misericordia tocca il nostro cuore, che ci spinge da dentro di fare questo passo confessionale. Perciò, si può dire che il nostro sentirci bisognoso di confessarci diventa un segno evidente e efficacia in cui il nostro cuore è stato toccato dalla misericordia di Dio. Quindi bisogna riconsiderare come la presenza di Dio quando noi andiamo a confessarsi. Bisogna essere gioiso perché Dio ci fa sentire. Oppure la nostra disponibilità di venire alla messa, di ascoltare la sua parola, di fare qualche atto altruistico sono gesti stimolati dalla bontà di Dio. Dio non considera il nostro essere figli secondo i nostri peccati o meriti, ma ci considera figli, anche quando siamo peccatori e ribelli. Dice Papa Francesco : “Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo perduti ! Insisto ancora una volta : Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che si stanchiamo di chiedere la sua misericordia. Colui che ci ha invitato a perdonare ‘settanta volte sette’ (Mt 18,22) ci dà l’esempio : Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile” (Evangelii Gaudium, no.3).

Non dimentichiamoci che l’allontanamento di questi due figli viene risolto e riconciliato dall’atteggiamento del padre che va a cercarli. Lo smarrimento si risolve con l’avvicinanza del Padre a tutto due. Significa che questo atteggiamento paterno permette la riconciliazione e l’unità familiare. La figura di Papa Francesco mostra questo atto misericordioso che crea ponti di avvicinamento. Se avessimo l’atteggiamento buono e misericordioso come il padre, saremo capaci di vivere come figli dello stesso padre e fratelli tra di noi.


Minggu, 21 Februari 2016

L’esodo che assumiamo…



Continuiamo il nostro cammino quaresimale passando dal deserto al monte Tabor. La settimana scorsa abbiamo visto il nostro protagonista, cioè Gesù Cristo, è stato tentato ed è stato messo in questione da Satana riguardo alla sua scelta e alla sua identità come Figlio di Dio. Il luogo della tentazione era il deserto che geograficamente sta in basso, nella terra piana. Oggi, nella seconda domenica di quaresima, lo stesso protagonista lo troviamo sul monte, però non è da solo ma in compagnia dei tre discepoli (Pietro, Giovanni e Giacomo), in compagnia di Elia e di Mosè, e poi anche della voce assicurante, consolante e affermativa del Padre. Sul monte, in un luogo più alto rispetto al deserto che sta giù/nel basso, Gesù si trova sostenuto, incoraggiato, confermato nella sua scelta e identità di essere Figlio di Dio, sia dalla legge rappresentata da Mosè, sia dalla profezia rappresentata da Elia e sia dal Padre che dice “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”

In questo confronto tra queste prime due domeniche di quaresima vediamo il passaggio che Gesù fa; dal deserto al monte, dal basso all’alto, dalla prova di Satana alla conferma del Padre, dalla desolazione alla consolazione.  Nel vangelo di oggi esplicitamente è stato detto che Gesù nella conversazione con Elia e Mosè parlava dell’Esodo che avrebbe compiuto a Gerusalemme.

Sappiamo bene che quando si parla dell’esodo ci si riferisce alla liberazione: Israele, nell’esodo sotto la guida di Mosè, è stato liberato dalla schiavitù in Egitto. Mentre Elia, (quando Israele era già entrato nella terra promessa), ha liberato Israele non però dalla schiavitù oppressiva/politica, ma dalla schiavitù dell’idolatria; cioè quando Israele cominciava ad essere contaminata del culto di Baal dimenticando l’unico Dio che l’ha scelto. Quindi Mosè ha liberato il popolo d’Israele dall’opressione di Faraone in Egitto, mentre Elia libera il popolo eletto da una schiavitù più sottile, più interiore che consiste nell’inganno degli idoli mentali i quali se non vengono purificati e illuminati possono deviarci dalla verità della fede in Dio di Israele.

C’è da chiederci: quale è l’esodo che Gesù compie? Il contesto del vangelo di oggi ci mostra che l’esperienza sul monte, cioè la trasfigurazione,  è collegato con la passione e morte di Cristo. Quindi l’esodo di cui si parla nella trasfigurazione è la croce, la risurrezione e l’ascensione. E’ un esodo doloroso, ma anche vincente. Gesù lo fa e lo assume consapevolmente e decisamente sapendo che Dio lo sostiene e lo conferma.

Quale è l’esodo che noi assumiamo? Il nostro esodo è assumere e vivere nella fede la prova e la conferma, la desolazione e la consolazione della nostra scelta quotidiana. Il nostro esodo non è altro che metterci nella traccia di Gesù Cristo. 


Da tener presente che in questo suo passaggio Gesù è accompagnato dalla parola di Dio. Gesù rispondeva alle tentazioni citando la parola di Dio; Gesù si è trasfigurato ascoltando la stessa parola assicurante di Dio (contenuto nella legge e nei profeti). Quindi la Parola di Dio diventa una forza inevitabile/efficacia sia nell’esodo di Gesù sia anche nel nostro esodo. Come dice mons.Guido Marini, il ceremoniere del papa, “Se rimarremo in ascolto attento della parola che il Signore ci rivolge, ne potremo contemplare anche il volto; se ogni giorno saremo fedeli nel nutrirci della parola che esce dalla bocca del Signore, potremo gustare il Suo amore; se il vangelo diverrà compagno di strada nel cammino quotidiano della vita, potremo rimanere abbagliati dalla sua bellezza”. (E’ la mia riflessione della seconda domenica di quaresima anno c, Luc 9, 28b-36).

Sabtu, 02 Januari 2016

Siamo pronti a lasciarci sorprendere…?


La festa che celebriamo oggi, cioè Maria madre di Dio, è un riconoscimento nostro, cioè da parte della Chiesa,  riguarda l’azione di Dio rivolta a Maria. L’azione di Dio precede il nostro riconoscimento; cioè la venuta di Dio, attraverso l’angelo Gabriele, a Maria è venuta prima del concilio di Efeso (431) in cui la Chiesa ha promulgato questo riconoscimento che Maria è Madre di Dio. Se non ci fosse stata questa azione di Dio, la Chiesa non avrebbe promulgato questo atto di fede. (Quindi ci vogliono 4 secoli per riconoscere canonicamente l’azione di Dio a riguardo). Ciò significa che la vita spirituale cristiana è un cammino senza fine. Possiamo immaginare il tempo di cui abbiamo bisogno per riconoscere l’azione di Dio nella nostra vita.

Ritengo molto significativo avere quest’esperienza personale in cui Dio è presente nella nostra vita. Qualcuno può dire che Dio è presente in noi dal battesimo. E’ vero! Ma essere battezzato non garantisce automaticamente la conoscenza matura, profonda ed autentica di Dio misericordioso. Come non basta essere nato per essere un uomo maturo. Ci vuole tempo e anche soprattutto ci vuole un coinvolgimento personale e continuo. Perciò  mi chiedo come Dio è presente in noi? Nella bibbia ricordiamo subito l’esperienza di Samuele quando Dio è venuto da lui attraverso la voce ascoltata nel suo sogno; Geremia è stato visitato da Dio attraverso l’esperienza con La Parola di Dio: “A lui fu rivolta la parola del Signore (Ger 1,2)”. In questo momento vorrei riflettere sull’esperienza di Dio guardando all’esperienza di Maria, Madre di Dio, di cui festeggiamo oggi.

La scena evangelica in cui Maria è stata visitata dall’angelo Gabriele è molto povera, semplice, nel luogo normale o profano, a casa sua, nella sua solitudine. Se andiamo ad approfondire l’intervento di Dio alla nascita di Giovanni Battista troviamo che l’intervento di Dio è condizionato da una preghiera. Zaccaria era nel tempio sacro dove Dio è presente e durante la liturgia solenne e sullo sfondo del popolo in attesa. Il confronto di queste due annunciazioni ci fa meravigliare il modo in cui Dio si presenta. Dio può agire in qualunque modo: nel tempio sacro e nel luogo profano, in modo solenne e anche in modo semplice. E’ la sorpresa di Dio che non possiamo prevedere. Siamo pronti lasciarci sorprendere da Dio? Putroppo siamo abituati a pensare che Dio è presente solo nella liturgia, nei sacramenti e negli atti cosidetti misericordiosi. Raramente pensiamo che anche a casa nostra Dio vieni a trovarci.

Quindi la festa di oggi ci ricorda che Dio entra e costruisce una nuova relazione con l’uomo. Se prima questa relazione veniva fatta e attuata solo nel tempio sacro di Gerusalemme, adesso in Maria questa relazione prende forma nuova. Se prima si comprendeva la presenza di Dio all’interno di un luogo fisico, il tempio santo, con Maria questa presenza di Dio avviene nella casa e nella vita nostra quotidiana e profana. Questa è la novità evangelica cioè non noi che andiamo a trovare e incontrare Dio, ma Dio viene a trovarci nella nostra casa: “Da una parte, l’uomo entra nella casa di Dio, dall’altra Dio entra nella casa dell’uomo”.

Quando si parla della casa si riferisce alla quotidianità o alla normalità. Non a caso Luca mette in evidenza la casa, il luogo in cui Maria e Elisabetta si incontrano: “Maria entra nella casa di Zaccaria”. Elisabetta sperimenta questa presenza di Dio nella sua casa attraverso la presenza di sua cugina Maria. La famiglia e la casa sono le cose quotidiane, ma nello stesso tempo diventano i luoghi importanti per riconoscere la vicinanza di Dio. Dio ci visita e si fa presente attraverso le persone con cui viviamo nel luogo dove ci troviamo. Tocca a noi a lasciarci trovare da Dio nella nostra casa.


A questo punto possiamo riflettere sulla nostra abitudine di lasciare la comuntà o casa per andare a trovare qualcuno/a fuori comunità. Magari questa tendenza riflette un po’ l’immagine della fede in Dio che abbiamo in comunità. Questa tendenza di andare spesso fuori potrebbe avere due significati: vado a fare amicizia fuori per condividere l’esperienza di amore di Dio accolto nella comunità? Oppure questo andare è un segno che in comunità non c’è questo amore perciò come compesazione si va a cercare altrove? Solo Dio sa il motivo!! Preghiamo, dunque, Dio che ci illumini e ci incoraggi a dare in quest’anno nuovo il tempo adeguato perché Dio possa prendere dimora nella nostra quotidianità.

Sabtu, 26 Desember 2015

Il natale è l’atto di misericordia…



Vorrei condividere la mia riflessione per quanto riguarda la mia preparazione di quest’anno ad accogliere la presenza di Dio in Gesù nella mia vita collegando l’anno di misericordia voluto da Papa Francesco e il Natale. Questa riflessione è concentrata su questi due eventi importanti che stiamo vivendo e di cui facciamo parte.

Mi piace definire la misericordia dividendola in due parole: miseria e cordia. La miseria è la condizione disumana vista nella miseria fisica (la fame, senza tetto, senza lavoro) e anche nella miseria spirituale o interiore (il sentirsi abbandonato, il sentirsi non amato, ect.) Madre Teresa di Calcuta identifica questa miseria come la peggior malattia di oggi. Lei scrive “La peggior malattia di oggi è il non sentirsi desiderati né amati, il sentirsi abbandonati. Vi sono molte persone al mondo che muoiono di fame, ma un numero ancora maggiore muore per mancanza d’amore. Ognuno ha bisogno di amore. Ognuno deve sapere di essere desiderato, di essere amato e di essere importante per Dio. Vi è fame d’amore, e vi è fame di Dio”. Poi c’è la parola ‘cordia’ cioè cuore, non nel senso fisico-biologico, ma come centro di sé. Il cuore è il centro di una persona; il luogo in cui qualcuno si riconosce, prova i sentimenti di gioia, di delusione, di compassione, di simpatia, di attrazione, ect.

Quindi per me la misericordia è rivolgere il cuore alla miseria dell’altro, donare il cuore nella situazione concreta del prosimo. La misericordia è il sentirsi coinvolto, apassionato e attratto dalla realtà altrui. La misericordia è condividere. Mons. Enrico Solmi diceva, durante l’apertura della porta santa nella diocesi qualche giorna fa, che la misericordia è farsi prosimo come fa il buon samaritano.

Che c’entra il Natale con tutto questo? Il Natale è l’atto in cui Dio mette o rivolge il suo cuore alla miseria del suo popolo, alla nostra miseria. Ricordiamo ancora il passo del Esodo 3,7-10 in cui Dio ascolta le sofferenze del suo popolo e decide di liberarlo attraverso Mosè. Ricordiamo anche il brano del buon samaritano che si prende cura la ferita altrui. Quindi Dio vede la nostra sofferenza e il nostro dolore e manda Mosè, i profeti e poi alla fine il Suo unico Figlio per salvarci. Dice il salmista, nell’ufficio delle letture della quarta setimana dell’avvento, “ma Dio ha ascoltato, si è fatto attento alla voce della mia preghiera. Sia benedetto Dio: non ha respinto la mia preghiera, non ha negato la sua misericordia (Sal 65,20)”. Il Natale è Dio che assume la nostra condizione umana, che si occupa di noi, che ne prova compassione, che si mette nei nostri panni e interviene per sostenerci.

Quindi per me il Natale è un dono regalato da Dio e anche un impegno da svolgere o da assumere. Il natale è dono poiché Dio viene a donarci il suo cuore condividendo il suo amore e soprattutto indicandoci come dovrebbe essere la vita umana. Il natale è un impegno poiché Dio mi chiede di accogliere il suo dono e non nasconderlo solo per me. Dio mi chiede di essere misericordioso, cioè di mettere il mio cuore nella realtà altrui. Quando ognuno di noi agisce misericordiosamente, cioè mette e svolge il proprio cuore nel cuore degli altri, lì Dio è presente e lì Gesù nasce.

Cari fratelli e care sorelle, se vogliamo davvero che Gesù nasca nel cuore degli altri dobbiamo mettere il nostro cuore nella realtà degli altri. La nascita di Gesù nei nostri cuori non dipende solamente dall’azione di Dio, ma dipende anche dalla nostra disponibilità, come vediamo nella disponibilità di Maria, di Elisabetta e di Giuseppe per collaborare con Dio. Il mio rettore dice ogni tanto che se vogliamo lavorare bene la prima cosa da fare è curare gli strumenti. Noi siamo gli strumenti del vangelo e del mistero dell’incarnazione di Dio; se noi non ci comportiamo bene, se non viviamo coerentemente con il vangelo, non bisogna meravigliarsi quando i nostri vicini di casa ci mandano di quel paese. Preghiamo allora Dio perché susciti in noi la docibilità di lasciarci plasmare dal Dio fatto uomo. Buon Natale ancora!!!


Minggu, 29 November 2015

Cosa vedono in loro per cui le amano e se ne prendono cura?



Sabato 20 novembre 2015. Sono stato a Gaiano, in provincia di Parma, circa trenta minuti da Parma in macchina, insieme con p.Tof. Sono andato ad accompagnarlo perché lui doveva celebrare la messa in una comunità dove ci sono le persone diversamente abili. Durante il viaggio mi diceva che queste persone erano emarginate dalla propria famiglia. Arrivati lì, c’erano due suore e una volontatria che viene ogni tanto a dare una mano per curare questi nostri fratelli: sono una decina di persone. Ci hanno accolti calorosamente e mi sono trovato subito bene in mezzo a loro.

Niente di particolare è successo in questo incontro non previsto ma vederli (le suore e le persone diversamente abili) così mi è venuta in mente un’esperienza simile che feci dieci anni fa dove mi trovai in una realtà simile. Fu a Yogyakarta, in Panti Asih Pakem, una casa per le persone diversamente abili. Eravamo quattro studenti saveriani: Ansi, Gordi, Polce e Pandri. Andammo per un mese intero a fare qualche piccolo servizio: aiutandoli a fare il bagno, imboccandoli, sistemando la loro stanza e passando insieme a loro qualche momento particolare. Nei primi giorni mi trovai in una situazione difficile: la difficoltà nel comunicare, nell’abituarsi e nel comportarsi in una realtà perfettamente diversa dalla solita realtà in cui mi trovavo, ma andando avanti ci si abituava e si godeva anche la bellezza di dare loro una mano. Alla fine di quell’esperienza mi chiedevo spesso perché i volontari erano riusciti a servirli e perché ero riuscito a dare qualche tempo e stare con loro.

La stessa domanda mi facevo durante la messa: come mai le suore e i volontari riescono a servire queste persone? Cosa vedono in loro per cui le amano e se ne prendono cura? Per avere una risposta convincente bisogna intervistare le suore e i volontari, ma queste domande mi riguardano: se ci fossi anch’io, che cosa farei e risponderei?

Citerei parafrasando le parole di madre Teresa di Calcutta quando diceva che a lei piaceva stare vicina, curare e accompagnare gli ammalati e i moribondi perché potessero sentire che loro non erano soli, ma c’era Gesù presente nella loro condizione. Nella vita e nelle parole di madre Teresa di Calcutta c’era la presenza di Dio. La presenza di Dio avviene quando c’è la compassione che si esprime nei gesti concreti e nelle parole consolatorie.

Ho visto questi gesti concreti di compassione divina fatta dalle mani delle suore e dai volontari verso questi nostri fratelli cosiddetti emarginati dalla famiglia e anche dalla società. Qualcuno potrebbe smentire questa mia opinione dicendo che non è vero: lo stato spende qualche soldo per mantenere queste strutture e queste associazioni. Non colpevolizzerei nessuno, ma mi interessa solo apprezzare quest’atto d’amore fatto e espresso dalle suore e dai volontari. Sono veramente gesti divini poiché dalla logica del mercato queste persone diversamente abili vengono considerati inutili poiché non producono niente quindi non valgono niente. Di solito quando una cosa non vale si butta via. Putroppo è una cultura disumana poiché misura il valore dell’uomo come se fosse una cosa.

Sono convinto che le persone, agendo diversamente da questa cultura disumana, sono veramente persone di Dio. La loro azione spinta dalla forza spirituale può apprezzare e cogliere il valore umano intrinseco in ogni persona anche nelle persone diversamente abili. Le vedono non dal punto di vista della produtività e dalla capacità del fare, ma le vedono per il fatto che esistono come uomo e donna simili agli altri.

Prego Dio perché Egli conceda sempre alle sorelle e ai volontari la forza incessante per continuare questi gesti concreti di amore misericordioso verso gli emarginati. Prego Dio perché mi apra il cuore per avere sempre lo stesso zelo e di considerare gli altri come fratelli e sorelle nati da Dio creatore e misericordioso.


Sabtu, 31 Oktober 2015

Pesta Emas dan Makna Hidup (Sebuah ringkasan dari kotbah p. Marini ketika beliau memimpin misa emasnya di Parma)


Kami dan beliau...
P.Francesco Marini memimpin misa syukur 50 tahun imamatnya di Santuario St. Guido Maria Conforti, Parma, Italia, yang dihadiri oleh ratusan umat juga para konfrater Xaverian, pada hari Minggu, 6 Agustus 2015. Hadir bersama beliau tujuh pastor Xaverian dari sembilanbelas konfraternya yang ditahbiskan bersama beliau limapuluhtahun silam.

Misa ini merupakan “misa emas” pertama yang paling sederhana saya ikuti: tidak ada koor meriah, sama sekali tidak ada dekorasi, tidak banyak umat yang datang, tidak ada pesta meriah, tidak ada uskup yang hadir, juga tidak ada hadiah istimewa yang mereka terima. Yang istimewa adalah kerendahan hati p. Marini untuk bersyukur kepada Tuhan atas berkat pendampingan-Nya selama melayani-Nya sebagai imam misionaris juga bersyukur kepada keluarga Xaverian, sahabat dan teman-teman yang mendukungnya selama melayani umat Allah. Kerendahan hatinya terungkap pula dalam kata-katanya ini, “Perayaan ini selain sebagai ucapan syukur semestinya menjadi kesempatan untuk memohon ampun atas kelalaianku, kelalaian kami dalam mengemban tugas dan tanggungjawab yang seharusnya kami hidupi dan jalani tapi dalam kenyataannya kami melupakannya.”

Dalam homilinya p. Marini mengungkapkan alasan mengapa beliau bersyukur atas rahmat sebesar ini. Mengikuti Kristus dengan menjadi imam misionaris mengantar beliau untuk menemukan makna hidupnya sendiri juga hidup orang lain. Semua orang membutuhkan makanan, rumah, pakaian, aturan, sarana dan prasarana untuk membangun hidup pribadi, keluarga juga masyarakat. Kadang kebutuhan-kebutuhan ini dicari sekedar untuk bertahan hidup, untuk memperoleh hidup yang layak. Tapi sadar atau tidak sadar, manusia tidak hidup hanya untuk memenuhi kebutuhan-kebutuhan ini saja, manusia tidak hidup hanya untuk memperoleh benessere; lebih dari itu manusia membutuhkan makna hidupnya, ia juga perlu mengetahui alasan mengapa ia hidup, ia membutuhkan harapan. Kebutuhan akan makna hidup dan harapan inilah yang ditawarkan oleh Kristus yang sampai ke tangan kita melalui Injil-Nya. Keselamatan terjadi ketika manusia menemukan makna hidupnya dalam Kristus; ketika manusia melihat dan menghargai diri dan sesamanya sebagaimana Yesus melihat dan menghargai kita. Jadi bagi beliau, menjadi missionaris pewarta Injil Kristus selama limapuluh tahun selain telah memanusiakan dirinya sendiri tetapi juga telah memanusiakan orang lain dalam terang Kristus, menawarkan jalan yang tepat untuk menjadi manusia yang sesungguhnya.

Panggilan untuk menemukan makna hidup dalam Kristus dan mewartakannya kepada semua orang tidak berakhir dengan pesta emas ini dan tidak tertuju hanya kepada p. Marini dan teman-teman pastor seangkatannya. Sebaliknya, panggilan ini merupakan tugas semua orang yang dibaptis untuk pertama-tama menemukan arti hidupnya sendiri dalam Kristus lalu ditawarkan kepada sesama. Hal ini sangat penting dan bahkan mendesak karena semua orang membutuhkannya. Dengan demikian menjadi missionaris berarti menjadi manusia seturut gambar dan rupa Allah yang terungkap secara penuh dalam diri Yesus Kristus. Cara hidup pastor Marini telah mencerminkan dengan cukup jelas hal ini. Saya sangat bangga mengenal beliau baik sebagai missionaris maupun sebagai formator dan konfrater.

Selamat pesta emas p. Marini dan tetaplah menjadi teladan bagi kami.

Salam,
Pandri