Selasa, 30 Juni 2015

L’uomo africano a partire dalla sua religiosità




Non esiste una religione africana perché ogni tribù ha una sua religiosità particolare diverso dal altro. Ci sono tre tratti comuni per la religiosità africana: l’essere supremo, gli spiriti e gli antenati. Questa religiosità la fa l’uomo e allo stesso tempo la pratica religiosa può rivelare chi sia l’uomo. Questo elaborato è un riassunto a partire da un tema sviluppato in classe durante il corso dell’antropologia culturale africana.

L’essere supremo
L’Essere Supremo è di un Dio purinico, cioè Dio del cielo. Dall’inizio quest’Essere Supremo era vicino all’uomo ma per la causa di una donna L’essere supremo si è allontanato dall’uomo. Da tanti varianti dei miti per spiegare quest’Essere supremo c’è un mito, molto diffuso in Africa, racconta così: dopo che Dio ha creato l’uomo il cielo era molto basso, talmente basso che gli uomini dovevano camminare curvi. Quindi Dio era così vicino all’uomo. In questa realtà o concetto l’uomo per mangiare non aveva bisogno di lavorare perché bastava allungare la mano toccando il cielo c’era già il cibo. Gli uomini si stancavano di mangiare sempre la stessa cosa per cui cercavano qualcosa di diverso per evitare la noia di mangiare lo stesso cibo. Sono andati in savana e hanno trovato dei semi o pianti selvatiche e li hanno presi e piantati. Per piantarli bisognava coltivare la terra ma era faticosa perché il cielo era così basso e la gente doveva lavorare in curvi. Poi c’era una donna che stava lavorando e ad un certo punto quando sollevava il bastone ha dato un colpo al cielo. Lei ha detto a Dio dicendo “Dio, spostati un po’ che mi disturbi!” Dio si è offeso e se ne è andato. Da quel momento o giorno Dio non è più tornato, non è più vicino all’uomo, Dio si è allontanato dall’uomo.

Questo racconto giustifica la lontananza di Dio all’uomo che poi crea una conseguenza cultuale dove ci sono pochi atti di culto che sono rivolti a Dio. Non esistono i templi per questo Dio perché la gente crede “L’Essere Supremo è assolutamente autosufficiente e ininfluenzabile. I suoi disegni e decreti sono stabiliti per sempre e nessuno potrebbe cambiarli o modificarli. Anche la vita morale, religiosa e cultuale dell’uomo non lo tocca[1]. L’africano ritiene che l’Essere Supremo debba essere disturbato il meno possibile con preghiere, ringraziamenti, offerte, richieste di aiuto e certamente mai per piccole cose e piccoli problemi.[2]” Ma il culto più diffuso è quella che si rivolge a intermediari, cioè gli spiriti e gli antenati.

Gli spiriti: rappresentano la forza della natura
Gli spiriti possono essere di varie categorie. Grandi spiriti sono gli spiriti che rappresentano la forza della natura. Abbiamo lo spiriti dell’acqua, della terra e della savana.

Più importante è lo spirito della terra che è considerata come complementare al cielo: è la parte femminile che viene fecondata dall’essere supremo che è il Dio. Quindi abbiamo Dio, la parte maschile, la terra è parte femminile che viene fecondata dalla pioggia. Infatti quando ci sono le prime piogge si dice che Dio si è accoppiato con la terra. È espressione che la pioggia è assimilata simbolicamente allo sperma che feconda la terra facendolo poi germogliare la piante, l’erba e tutto il resto.

Nella loro relazione con la terra, e per coltivare la terra, per usare i frutti della terra, (e vale anche quando si prende i pesci dal fiume o gli animali dalla foresta) ci sono i riti da compiere e questi riti sono legati al ciclo annuale del risveglio della natura e della produzione agricoltura. Cioè questi riti vengono compiuti prima di coltivare o zappare la terra magari anche prima di seminare i semi, anche quando il granaio comincia a maturare e poi quando arriva il tempo del raccolto. Questi riti o sacrifici sono importanti per farsi che la terra non si offenda. Altri motivi generale per cui gli africani fanno il sacrificio e il culto sono il desiderio di unione e l’alleanza con Dio, l’inizio di ogni cosa: “Il senso del culto si fonda sul desiderio di unione con Dio e di vita eterna, di immortalità. L’unione con Dio viene intensificata ogniqualvolta si rinnova il gesto sacrificale. Il frutto del sacrificio, nel caso dell’animale immolato, è condiviso e mangiato da tutti i presenti, poiché, reso sacro, l’animale partecipa della divinità e della vita di Dio, cosicché coloro che mangiano le carni offerte in sacrificio partecipano collettivamente alla vita e alla divinità di Dio. Mediante la partecipazione al sacrificio tutto il popolo riconosce un solo Dio quale sua guida e soprattutto quale fondamento di senso.”[3]  ”…Anche i sacrifici offerti a Dio servono per stringere con Lui un’alleanza, in modo che, dando a Lui le primizie raccolte e immolando l’animale più grasso, Dio perdoni gli atti impuri che qualcuno nella comunità ha commesso.”[4]

I riti più importanti o fondamentali di queste religioni sono gestiti dai sacerdoti della terra. Sono responsabili dei sacrifici e devono permettere all’uomo di coltivare la terra, cioè assicurano che l’Essere Supremo conceda all’uomo a coltivare la terra. Questa figura è importantissima perché in questa cultura c’è ancora la separazione tra ambito profano e sacro: solo il sacerdote può gestire le cose sacre. Il sacerdote fa la divinazione per sapere quale sacrificio deve fare (o una capra o una pecora) e la divinazione gli dirà quale sacrificio deve compiere. Prima che lui compia questo, nessuno può cominciare a coltivare la terra o raccogliere i frutti della terra perché c’è il rischio della morte. Ogni villaggio o clan ha il suo sacerdote della terra che compie questi sacrifici.

I sacrifici del ciclo cultuale sono rivolti a Dio e alla terra; sono loro responsabile della fertilità del suolo. Dio con la pioggia cioè Dio che dà la pioggia e la terra che è il sostrato, questa pioggia rende feconda. Nel sacrificio di solito si offre una birra e un’animale che viene uccisa (pollo, pecora, capra; mucca è per Dio). Quindi possiamo vedere che prima di usufruire la terra e ogni passaggio della crescita agricole ci sono i riti da compiere.

Lo spirito d’acqua
I Masa credono che nell’acqua ci siano due spiriti: un maschio e una femmina. L’acqua è buona ma può essere anche cattiva. La parte buona, la parte femminile, è quella che ti dà il pesce perché lo spirito dell’acqua è Signore del pesce e degli uccelli acquatiche. Però lo spirito dell’acqua può anche ammazzare quando qualcuno muore annegato la gente di questa popolazione percepisce che lo spirito dell’acqua l’ha presa, l’ha fatta morire. La parte buona dello spiriti dell’acqua, la parte femminile, è anche quella che è responsabile della fertilità della donna. Lei che forma il feto nell’utero della donna, che aiuta la donna a portare a termine della gravidanza; per cui le donne del Masa nella luna del febbraio vanno a fare un sacrificio al bordo del fiume. Questo sacrificio ha lo scopo per conservare la loro fertilità. L’acqua è legata alla fertilità delle donne.

Lo spirito della savana
La savana non è un luogo profano ma un luogo sotto la protezione dello spirito che è protettore delle piante e degli animali. Un cacciatore non è che possa andare a cacciare come vuole quanto vuole ma deve stare attento prima ad appropriarsi allo spirito che è il Signore / padrone degli animali, deve rispettare delle regole. Non si può cacciare come vuole ma solo per nutrirsi la sua famiglia. Non può nutrirsi dalla natura come vuole. È evidente che questa religione è una religione ecologica altamente diverso dall’uomo europeo che crede di essere padrone della terra o di quello che la terra produce. Queste popolazione credono che non sono padroni della terra ma possono, appropriandosi prima agli spiriti che ne sono responsabili, può servirsi in modo moderato della natura. Non c’è lo spirito di accumulo, cioè l’uomo può servirsi di quello che gli serve per vivere: non di più; chi prende di più sarà punito. Praticamente tra la terra, quello che c’è sulla terra e quello che nel cielo c’è un equilibrio e l’uomo vive rispettando queste entità. L’uomo non è padrone, l’uomo può servirsi o nutrirsi dalla natura per vivere moderatamente.

Gli antenati
Il culto degli antenati vale diversamente da una zona all’altra. Ci sono alcuni tribù in cui gli antenati sono molto importanti, invece per gli altri non sono importante. In certe popolazione il cranio degli antenati viene conservato in un posto e ogni anno fa un culto particolare per loro. Il ricordo agli antenati si fa dopo la festa del raccolto. I sacrifici fatti per gli antenati “servono per restaurare il rapporto con gli antenati e riparare i danni causati agli altri, per ottenere la benevolenza e la protezione contro gli spiriti cattivi.”[5]

Innanzitutto chi sono gli antenati? “Gli antenati sono viventi di un genere particolare. La morte non ne ha alterato la personalità, la natura; solo il loro modo di vita è cambiato. Abitano nell’altro villaggio, in una condizione privilegiata. Continuano a far parte della comunità dei vivi e ne costituiscono anzi elemento più importante, più prezioso…Sono le vere guide direttive della società. Vivendo più vicino a Dio e restando al tempo stesso in contatto con gli uomini del loro clan, essi hanno un ruolo speciale: soccorrere i vivi e alleviarne le sofferenze. Avendo vissuto personalmente la condizione umana, la conoscono meglio dello stesso Creatore. Ma essi assolvono questi loro compiti solo se vengono fatti oggetti di un culto premuroso e costante da parte dei vivi: offerte di cibo sulle loro tombe, rispetto da parte dei membri del clan, ecc. dimenticare o trascurare gli antenati comporta sempre conseguenze molto gravi sia per il clan in quanto tale che per le singole persone che lo costituiscono.[6]

L’uomo africano è l’uomo relazionale
Credo che l’identità dell’uomo africano si trovi in questa sua relazione con questi ambienti religiosi: con l’Essere Supremo, gli spiriti e gli antenati.  L’uomo africano è l’uomo relazionale e religioso. La sua vita dipende da questa relazione reciproca e ogni uomo è chiamato a prendere cura di questa relazione. Il sacrificio va fatto per mantenere questa relazione e equilibrio. Di più l’uomo africano non pensa di essere padrone della terra ma l’uomo che sa custodire la terra per la sua vita. Cioè l’uomo si nutre della terra per cui si sente la responsabilità di custodirla.

Parma, 28 giugno 2015
Pandri




[1] Romeo Fabbri, Chiama L’africa: La religioni tradizionali africane, Roma, 1997, pg.13.
[2] Ibid, pg.29.
"[3] Martin Nkafu Nkemnkia, IL Pensare Africano Come “Vitalogia”, Città Nuova, Roma, 1995, pg.125-126.
[4] Ibid, pg. 131.
[5] Martin Nkafu Nkemnkia, Il Pensare, pg.116.
[6] Romeo Fabbri, pg.25-26.

Minggu, 31 Mei 2015

Watching ‘Tabula Rasa’ in Milano@




sitting in front of cathedral of milan 
There were almost 150 people, 30 of them Indonesians, watching the Indonesian film Tabula Rasa in the Oberdan Space of the San Fedele Auditorium, Milan, Italy, on May 10.

This was one of the 800 films selected from different continents to be presented and watched during the 25th Festival of African, Asian and Latin-American Cinema held from May 4-10 in Milan.

“Films that Feed” was the title of the festival chosen by the organizer to match the main theme of EXPO 2015 “Feeding the planet, Energy for life”, which is being held until October.

our smile before watching 'tabula rasa'
If the purpose of the expo is “for confronting the issues of agriculture, sustainable development and the struggle to combat hunger for the common good”, the festival’s purpose was to introduce others to how people in certain cultures and circumstances are nurtured.



Tabula Rasa, which is about Padang cuisine, introduces our way of preparing food and feeding ourselves. This film is truly one way of presenting Indonesian cuisine abroad. I appreciated this film and was so glad to watch it because it depicts the ordinary life of our people: food, relationships, friendship and kindness. It represents aspects of our culture.

Before watching this film there was an “Indonesian Happy Hour”, which gave people an opportunity to taste food typical of Indonesia. Indeed, some Indonesians who live in Parma e Milano prepared and presented some of the food.

There was rujak (fruit and vegetable salad), gethuk (dish made from cassava), lumpia (fried spring rolls), pandan cake and wedang jahe (hot ginger drink).

This event was organized by the Rela Hati Indonesian Community of Parma, with the support of the Indonesian Embassy in Rome.


Ferdinandus Supandri
Milan, Italy
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@:  It was published on “Citizen Journalism” of The Jakarta Post, Monday, May 25 2015 without these three pictures. It can be found here:http://www.thejakartapost.com/news/2015/05/25/citizen-journalism-watching-tabula-rasa-milano.html 

Rabu, 29 April 2015

Il mondo dei giovani è l’avventura





 “Abitare il mondo” è stato il tema dell’incontro con i giovani dell’Emilia Romagna fatto a Modena nel centro della Famiglia di Nazareth, domenica 19 aprile 2015. L’incontro è stato organizzato dai CMD (Centro Missionario Diocesano) dell’Emilia Romagna per i giovani che hanno vissuto esperienza in missione e per quelli che partiranno quest’estate. C’erano quasi 150 persone tra cui c’ero anch’io.

È stata un’occasione per incontrarsi, stare insieme e confrontarsi: che cosa significa ‘Abitare il mondo’? I giovani sono entrati proprio dentro se stessi a chiedersi o interrogarsi o confrontarsi sulla propria scelta, a partire dalle testimonianze di tre persone che hanno cercato davvero di “abitare” contesti particolari.

La prima testimonianza è stata di mons. Giorgio Biguzzi, missionario Saveriano e vescovo emerito di Makeni-Sierra Leone. Egli ha raccontato la sua esperienza missionaria innanzitutto facendosi pastore di una comunità locale perché vivesse alla logica del vangelo, costruendo un dialogo interreligioso tra cristiani e musulmani in Sierra Leone, e anche aiutando a liberare i bambini-soldati dalla guerra e a reinserirli nella comunità. Il suo abitare il mondo si esprime nel costruire una comunità veramente cristiana e nel promuovere la pace nella sua gente.

La seconda testimonianza è stata portata da una giovani coppia dell’operazione colomba-campi profughi in Libano. Hanno testimoniato l’esperienza vissuta insieme ai profughi in Libano. La loro presenza in quel paese non era tanto il fare qualcosa o pretendere di poter risolvere il problema dei profughi ma quanto piuttosto lo stare insieme con loro condividendo la fatica e la gioia della vita. Essa riteneva che questo stare insieme fosse sempre un momento giusto per capire la realtà e allo stesso tempo fosse un momento di apertura alla novità. Questa coppia ci raccontava o notava quanto la paura di essere minoranza nella propria patria diventasse un ostacolo grande nell’accogliere i numerosi profughi fuggiti dalla guerra. La fatica o difficoltà più grossa era quella dei profughi, poiché fuggire significava perdere tutto: la cultura, la famiglia, il sostegno della vita. Arrivati nei campi dei profughi, si sentivano stranieri, soli, senza speranza. Queste due persone, sperimentando tutto questo, davvero si sentivano interrogate al proprio modo di essere prossimi agli altri. Ritenevano che lo stare insieme in questa realtà potesse essere una luce o potesse suggerire la speranza per i profughi. Nonostante tutto, c’era sempre qualcosa da imparare: per esempio, nella loro difficoltà tra i profughi sconosciuti c’era anche la carità fraterna. Questo si attuava quando arrivava una famiglia che aveva perso tutto; tra i profughi si mettevano d’accordo per fare una colletta per questa famiglia. “Vedere questo era una cosa commovente!” affermò questa coppia. “Abitare il mondo” per loro è diventato lo stare insieme con gli altri condividendo la vita come è veramente.

La terza testimonianza è stata fatta da una signora reggiana che, con la sua comunità, si occupa delle ragazze prostitute. Essa e insieme con i suoi vanno spesso a trovare queste ragazze che stanno sulla strada quasi tutta la notte fino al mattino alle cinque aspettando i clienti. Quello che fanno non è una cosa straordinaria. Questa comunità parlando con loro e facendo capire che, se spesso sono ritenute un po’ negativa dalla società, in realtà esse sono persone umane con la loro dignità. La loro motivazione è per far capire che essa è una persona umana, una persona importante, come gli altri, che ha bisogno di essere accolta, ascoltata e rispettata. Oltre a questa motivazione, soprattutto quando la relazione e la fiducia comincia ad esistere, questa comunità invita queste ragazze a fare un incontro col vangelo e a pregare insieme.  

Partecipando e ascoltando questi racconti, mi sono chiesto quale sia il mio modo di “abitare il mondo.” Prima di tutto ero stupito di fronte a questo tipo di incontro: pensavo che il motivo per cui Centro Missionario Diocesano ha proposto questo incontro fosse un motivo formativo: cioè formare e orientare i ragazzi alla loro scelta, perché a loro volta potessero costruire un mondo “insieme” agli altri. Cioè aiutare i giovani ad aprire un orizzonte più ampio in tutti sensi: ecclesiale, culturale, sociale, umano, politico, eccetera; perché sentano la loro responsabilità di costruire un mondo vivibile per tutti. È anche vero che trovare la realtà così complessa come è porta una conseguenza sul piano esistenziale: perché a volte questa realtà ci mette in crisi, ci chiede un cambiamento e una purificazione, ma può darsi anche che questa realtà dia un orientamento nuovo nell’agire. Mi sembra che in fondo ci sia anche la preoccupazione di non lasciare rimanere i giovani in un mondo solamente virtuale-tecnologico, chiuso. Il mondo dei giovani è l’avventura, la scoperta di se stessi e dell’altro. Questo tipo di incontro per loro ha un valore direttivo, cioè dirigerli ad un’avventura, o a una scoperta, significativa per la loro crescita sia personale sia comunitaria.

Per me “abitare il mondo” non è solo esistere nel mondo nemmeno sfruttare il mondo. Innanzitutto questo incontro mi ha convinto di una cosa: devo prendermi cura del mondo. Cioè il mio modo di agire contribuisce al miglioramento e al peggioramento del mondo. Un esempio banale è questo: a Jakarta quasi ogni anno c’è l’inondazione. La causa di questo problema è la cattiva abitudine degli abitanti di Jakarta di buttare ovunque la spazzatura e anche nei fiumi. Quando arriva la pioggia il volume d’acqua aumenta, ma quest’acqua non corre bene al suo destino perché le spazzature la frenano, per cui l’acqua esce fuori dal suo alveo o il fiume esonda e allaga la pianura. Contribuisce anche io insieme agli altri a causare quest’inondazione. Quindi questo modo di agire o di vivere influenza molto il bene comune nel mondo. Cambiare questo modo di vivere è anche un modo concreto per abitare il mondo. Il che comprende il cambiamento di vedere il mondo, la terra, la cultura, le altre persone diverse da noi, eccetera.

A questo punto vale la pena citare le parole di Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, “Amiamo questo magnifico pianeta dove Dio ci ha posto, e amiamo l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità. La terra è la nostra casa comune e tutti siamo fratelli.” Se avessimo un’idea simile a quella del papa, il nostro mondo diventerebbe un mondo vivibile.


Selasa, 31 Maret 2015

With A Young Girl


It was Saturday, 28 February 2015. There was a catechism lesson for children who are preparing
for their first communion. When the lesson was over, my fellow catechist asked me, “Pandri, do you read the gospel every day?” “Yes, of course, I do,” I replied telling her about our daily life as seminarians, who train themselves to live according to the life of Jesus Christ found in his gospel. I told her that our life has to be formed by the gospel of Jesus Christ and because of that there are times, personal and common, we dedicate to read and meditate the gospel every day.
 
Listening to my explanation, she asked me to read the gospel. “Are you sure?” I asked her with amazement. “Yes, I’m sure. I’m serious,” she answered me and then she took out her bible from her bag with the liturgical calendar which she had prepared before.

I was surprised by her question and invitation because it was the first time, since my coming to Italy in September 2012, I had to face a young girl who asked me courageously like this. I was surprised thinking that she asked me just to know how I spend my life as a consecrated man who wants to live according to the need of the gospel and how we live in a religious community. After all she caught me by surprise ass I realized that she was asking me to read the gospel at that very moment. 

Truly, I found myself in the middle of mixed feelings: between sure or not sure; amazement and upset; believing or not believing. I accepted her invitation with these feelings because there was no other reason to avoid it.

We stayed there for reading the gospel reading of that day and also for the day after and making some important notes for our life. She brought some words or phrases she liked commenting it; I brought some and made some of notes. We spent almost twenty-five minutes and at the end of this moment, she told me that every day she tries to read the gospel.

Doing this surely I was surprised because I usually think in my own way on what they might to be.  I suppose that the youth is the moment for studying for their future, working, creating the friendship and falling in love, expressing their liberty. They are so concentrated in doing these things, I suppose that there is no sufficient time for establishing the intensive spiritual life. My amazement was influenced also by my old prejudice: I used to think that the youth in the west was not interesting to know the gospel. I used to hear some stories telling me that in Europe there were no youth who entered in church. Listening to this story I asked myself, “What will happen with the Catholicism If there are no young girls and men in the church? Who will be the future of the church? ”

Reading gospel and sharing the experience of faith with this young girl offers and convinces me one thing that what I have thought was not wholly true. I have not only to change my way of thinking them or to eliminate my old prejudice but also I have to see the continuation or the future of the church in their eyes and on their shoulders. Indeed, there were and there are also young man and girls who dedicate themselves for the sake of Christ dedicating their life for others. This young girl dedicates some of her times to help children in their way for the first communion. Some others dedicate themselves  and their time for doing other things.

There are many examples to justify their presence in continuing to realize the will of God where they are. I remember the experience I have had when I went in Lourdes, France, two years ago. There were many young girls and man who came there to assist the sick people. In every summer time in Italy, for example, there are many youth camp prepared /organized by every diocese or by some religious congregation for establishing and providing them the opportunity to know and to profound the  Christian faith and life where there are many young girls and man who participate and some among them are the animators for their fellow youth. In the diocese of Parma in particular during the advent and the lent, there is a weekly meeting usually called “martedi del vescovo“ (the thursday of bishop). It is a moment in which the bishop prepares his believers (the youth) for the next celebrating of Christmas and the paschal mystery of Christ doing the catechism or profounding some decisive themes. There are numerous participants in this event. It is an interesting thing to valuate positively their participation.

With this situation there is no need to be pessimistic for the future of the church. There are them now and then. For their future and especially for their faith beside the work of the Holy Spirit in fulfilling and increasing their faith, they need to be accompanied by the right example and testimony of the elders in faith. I think that they need our trust. This trust we can provide by living the Christian faith and life appropriately. It means that we have to show that following Jesus Christ is livable, that that way makes our life fully and meaningful. I mean that the way of Jesus Christ has chosen is the way that permits them to know God who loves them unconditionally and to love themselves, to live their life responsibly, joyfully and fully. They need to know and to embrace that their of self-realization (spiritually, relationally, socially, psychologically, ect) finds its source and its final end in Jesus Christ. They are searching for this conviction for their faith. It is true that this conviction is in Jesus Christ found in his gospel. But it is also true that our way of life of faith influences their conviction or their decision. It is our responsibility to make this comes true.

Finally I’m so grateful having this opportunity or possibility to know the reality of the church outside of my own reality in Indonesia. I mean that the way in which the Italians express their faith, in some ways, is different from ours in Indonesia. This positive diversity gives some kind of example on how we would follow each other or on how we establish our church. One example is the way the bishop relates himself with his young faithful accompanying them to Jesus’s way. In participating the ‘martedi del vescovo’, there is a dream I usually think and hope for that some day the Indonesian church specially our bishops follow this steps in forming well his youth for the future of the church. This need is urgently important because so far, in Indonesia, it seems that there is a lack of catechism for the youth.  It seems that the accompaniment after the receiving the sacraments of the initiation is so little. I think that it is not enough listening to the homilies every Sunday mass for nourishing the faith. It is not to be easily satisfied seeing so many people in church or seeing a great need to receive the sacraments or seeing that there are many young men/girls in every church. It is not enough. Therefore there has a need to do more to correspond our life according to life of Jesus Christ.


Sabtu, 28 Februari 2015

Dallo scontro con i nemici all’incontro con YHWH: Salmo 27 (26)




Di Davide, Jhwh è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Jhwh è il baluardo della mia vita, di chi avrò terrore? Quando mi assalgono i malvagi per saziarsi della mia carne, sono essi, avversari e nemici, a inciampare e soccombere.  Se contro di me si accampa un’armata,
il mio cuore non ha paura. Se contro di me si scatena una guerra, anche allora ho fiducia. Una sola cosa ho chiesto a Jhwhquesta sola io cerco: abitare nella casa di Jhwh tutti i giorni della mia vita per contemplare la bellezza di Jhwh e vegliare nel suo santuario Egli infatti mi fa riparare nel suo tabernacolo nel giorno della sventura. Mi nasconde nel segreto della sua tenda, mi solleva sulla rupe.  E ora rialzo la testa sui nemici che mi circondano. Immolerò nella sua tenda sacrifici di vittoria, inni di lode canterò a Jhwh.  Ascolta, Jhwh, la mia voce! Io grido: Abbi pietà di me! Rispondimi!  Di te ha detto il mio cuore: Cerca il suo volto! Il tuo volto, Jhwh, io cerco Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, o Dio della mia salvezza! Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma Jhwh mi ha raccolto. Insegnami, Jhwh, la tua via,
guidami sul retto cammino, a causa di coloro che mi spiano! Non espormi alla gola bramosa dei miei avversari; contro di me sono sorti falsi testimoni
che spirano violenza. Non ho forse la certezza di contemplare la bontà di Jhwh nella terrra dei viventi? Spera in Jhwh, sii forte; si rinfranchi il  tuo cuore e spera in Jhwh![1]



Analisi del salmo


I personaggi importanti in questo salmo sono: il salmista, Jhwh e gli avversari del salmista. Guardando i suoi avversari così li descrive: suoi avversari sono coloro che hanno potere contro di lui: i malvagi che gli vogliono straziare la carne (v.2), ci sono coloro che si preparano un’armata e scatenano una guerra contro di lui (v.3); anche i suoi genitori lo abbandonano (v.10), e il salmista subisce anche la violenza dei falsi testimoni (v.12). Rivolgendosi a Jhwh il salmista esprime un rapporto di fiducia chiamandolo sua luce, salvezza e baluardo; chiedendogli di poter abitare nel suo tempio e di ascoltare il suo grido soprattutto di trovarlo. La malvagità e l’accampamento dei suoi avversari lo fanno tremare ma nonostante ciò il salmista non si sente schiacciato o non ha paura, anzi dice ‘ho fiducia’ in Jhwh perché Jhwh sta dalla mia parte. Partendo da questa situazione l’orante esprime il suo stato d’animo di fiducia e di supplica in Dio. Il salmista comincia la sua preghiera con una solenne dichiarazione di fiducia in Dio (‘Jhwh è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Jhwh è il baluardo della mia vita, di chi avrò terrore?’:v.1) che si trasforma in supplica (‘non nascondermi il tuo volto…non abbandonarmi…rispondimi!’:v.9). Nel v.14 di nuovo il salmista esprime la sua fiducia in Dio, spera in Jhwh, sii forte; si rinfranchi il tuo cuore e spera in Jhwh.  Il salmista sa che Dio è luce, salvezza e baluardo ma la difficoltà della vita lo riporta alla supplica.

Ravasi identifica nel salmo in un duplice stato d’animo del salmista: la fiducia trionfale (vv.1-6) e la fiducia supplice (vv.7-14). Questa duplicità dello stato d’animo però non vuol dire che non c’è legame o parallelismo. Il parallelismo tra le due parti risiede nella vicinanza di Dio che è visto come luce e salvezza (v.1) e nel desiderio di contemplare/vedere la bontà di Dio (v.13). Questa vicinanza di Dio è espressa nel versetto 4 che parla dell’abitare nella casa di Dio e nel v.8 che parla del cercare il volto di Dio, perché secondo Ravasi facendo riferimento a Es 23,15.17; Dt 16,16; Is 1,12; Sal 24,6 ‘il cercare volto di Dio’ è un sinonimo per ‘accedere al tempio’: “Il tempio, cioè la fede nella presenza di Jhwh nella storia, riesce a raccordare questi due sentimenti di gioia e di paura trasformandoli nelle due attitudini fondamentali d’una stessa invocazione fiduciosa. Non sono forse anche i due atteggiamenti fondamentali della vita? Sia che predomini la gioia (vv.1-6), sia che predomini la paura (vv.7-13), una sola è la soluzione, la fiducia in Dio, formulata sinteticamente dall’oracolo finale di speranza e sicurezza (v.14)” (Ravasi). Quindi il tempio che appare nei vv. 4 e 8 unisce questi 2 parti del salmo. Possiamo dire che la credenza del salmista che vede Dio come è sua luce e salvezza e suo baluardo viene celebrata e sperimentata nel tempio.


Schökel ribadisce anche l’unità del salmo: l’espressione ‘mia salvezza’ appare nei vv.1 e 9; poi l’espressione ‘contemplare la bellezza del Signore’ nel v.4 viene ribadito con l’espressione ‘godere la bontà del Signore’ nel v.13. Quindi l’orante affida a Dio tutta la sua situazione trionfale e supplice perché può rifugiarsi solo in Dio e nello stesso tempo può contemplare e ammirare la sua bontà. 


Analisi letteraria
Per identificare la struttura del salmo è bene elencare le ripetizioni significative.
§  Il nome di Jhwh viene menzionato 12 volte nel testo (vv.1b, 1d; 4a, 4c, 4e; 6d; 7a; 8c; 10c; 11a; 13b; 14a e 14c). Si inizia e si chiude il testo proclamando il nome di Jhwh. Questo nome di Jhwh viene specificato identificandolo come mia luce (v.1a), come mia salvezza (vv.1a e 9e), come baluardo (v.1d). Quindi il nome di Jhwh ha tre titoli: luce, salvezza e baluardo.
§  L’uso della prima persona singolare risuona ben 11 volte. E altrettante volte questa prima persona singolare viene rivolta a Jhwh e al tempio: ..ho chiesto a Jhwh, questa sola io cerco: abitare nella casa di Jhwh… per contemplare la bellezza di Jhwh e vegliare nel suo santuario (v.4); Immolerò nella sua tenda sacrifici di vittoria inni di lode canterò a Jhwh (v.6); ascolta, Jhwh, la mia voce! Io grido: Abbi pietà di me! Rispondimi! (v.7); …Il tuo volto, Jhwh, io cerco (v.8); Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, o Dio della mia salvezza!(v.9);… ma Jhwh mi ha raccolto (v.10); non ho forse la certezza di contemplare la bontà di Jhwh… (v.13).
§  Il termine che suggerisce il tempio è vario: casa (v.4), santuario (v.4), tenda (vv.5,6). “Per definire il tempio l’orante usa 2 termini: prima, bajit ‘casa’ (salomonica) si riferisce cioè all’ideologia del tempio monarchico, un segno della presenza spaziale di Dio. La seconda è suk, la ‘capanna’ (esodica) risale al santuario mobile del deserto in cui Dio soggiornava nomade col suo popolo nomade, e ‘ohel, la ‘tenda’ dell’arca dell’alleanza (v.5)” (Ravasi).
§  Il termine volto appare 3 volte: 2 volte ‘il tuo volto’ e una volta si con ‘il suo volto’.
§  Gli avversari sono presente in tutte due le parti vv.2-3 e v.12.

Struttura del salmo
Entrambi le parti il salmista inizia (vv.1 e 7) e chiude (vv.6 e 13) la sua preghiera esprimendo la sua fiducia in Dio. Questa apertura e chiusura di fiducia in Dio diventa la sua forza potente davanti all’accampamento e attacco dei suoi avversari e nemici (vv. 2-3 e 12). Questa sua fiducia in Dio la esprime nel rifugiarsi nel tempio (vv.4-5 e 8-11) dove il salmista può sperimentare la presenza di Dio. Con Ravasi possiamo identificare meglio la struttura di questo salmo in 4 elementi importanti: un’antifona di fiducia (vv.1.7), la descrizione dell’incubo dei nemici (vv.2-3 e 12), la celebrazione del rifugio nel tempio (vv.4-5 e 8-11), un’antifona di fiducia conclusiva (vv.6 e 13) (Ravasi).  Questa struttura secondo Ravasi possiamo vederla chiaramente in questa tabella:


Prima tavola (vv.1-6)
A.    Professione di fiducia in Jahweh (v.1)
B.     L’incubo dei nemici (vv.2-3)
B’ Il rifugio nel tempio (vv.4-5)
A’ Professione di fiducia in Jahweh (v.6)

Seconda tavola (vv.7-13)
A.    Antifona di fiducia supplice in Jahweh (v.7)
B.     Il rifugio in Dio e nel tempio (vv.8-11)
B’ L’incubo dei nemici (v.12)
A’ Antifona di fiducia in Jahweh (v.13)
v.14: Oracolo conclusivo di fiducia




Interpretazione del salmo

1.      Parte prima (vv.1-6): cercare di abitare nel tempio di Jhwh
Ravasi identifica che all’interno della prima sezione (vv.1-6) ci sono 2 paradigmi simbolici connessi reciprocamente: la guerra d’attacco (vv.2-3) e il rifugio fortificato (vv.1,5-6). Si inizia con la convinzione dell’orante che Dio è la sua luce, la sua salvezza e il suo baluardo (v.1). Questa sua convinzione su Dio lo protegge dall’attacco dei suoi avversari (vv.2-3) che lo circondano con le armi e vogliono saziarsi dalla sua carne. Possiamo esprimere in questo modo lo stato interiore del salmista: se contro di me si accampa un’armata, il mio cuore non ha paura perché Jhwh è mia luce e mia salvezza; se contro di me scatena una guerra, anche allora ho fiducia perché Jhwh è il baluardo della mia vita. È un richiamo all’azione salvifica di Jhwh riguardo a Israele, cioè la sua fiducia in Jhwh nasce dal ricordo di un’esperienza vissuta del popolo Israele. Questa sua convinzione è così forte e profonda che si chiede di sperimentare o di avere l’accesso alla presenza di Jhwh. Dove? Nel tempio per cui nel v.4 insistentemente fa la richiesta di abitare nella casa di Jhwh. Nel v.5 il tempio si identifica con la capanna in cui Dio soggiornava nomade col suo popolo nomade (Ravasi) nel tempo del esodo. Il tempio quindi è il luogo dove l’orante trova la sua dimora potente perché nel tempio il salmista può sperimentare la presenza Dio che lo ripara, lo nasconde e lo solleva (v.5). La consapevolezza dell’intervento di Jhwh riguardo a Israele diventa la sua arma contro i suoi avversari, cioè Jhwh non lo abbandona come Jhwh non abbandonava Israele.  Questa sua consapevolezza gli permette di non avere paura al potere dei nemici e allo stesso tempo suscita desiderio di abitare nella casa del Signore, per contemplare la bontà del Signore e meditare nel suo tempio.

Vivaldelli identifica un itinerario spirituale da parte dell’orante, dal desiderio di abitare al tempio all’ incontrare il volto di Jhwh. Il salmo nei versetti 1-3 si apre con tre definizioni di Dio su cui basa la sua fiducia. ‘Mia luce’ l’orante riferisce Dio come la luce: Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più lo splendore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna, il tuo Dio sarà il tuo splendore. Il tuo sole non tramonterà più né la tua luna si dileguerà, perché il Signore sarà per te luce eterna; saranno finiti i giorni del tuo lutto (Is 60,19-20). In più nel racconto di Genesi1 la luce è la prima creatura di Dio e l’uomo l’ultimo atto creativo è inserito e pensato in questa luce. In questo contesto il salmista sente di essere preso in considerazione da Dio:”egli è consapevole di essere guardato da Dio e sente, in questo modo, di essere preso in considerazione da qualcuno, uscendo così dall’abbandono e dalla paura. Dio è stato capace di volgere il suo volto su chi, per la sua condizione di pericolo, non è difeso da nessuno. La luce, perciò, diventa possibilità di una nuova vita in cui si vede all’opera il favore divino,”(Vivaldelli). L’espressione dell’orante a identificare Dio come sua salvezza richiama l’aiuto divino nei confronti del suo alleato: è l’intervento liberatore che si sperimenta nella storia della salvezza (Ravasi); Ecco, Dio è la mia salvezza; io avrò fiducia, non avrò timore, perché mia forza e mio canto è il Signore; egli è stato la mia salvezza». Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza (Is 12,2-3). Il ricordo di quest’aiuto di Dio diventa la sua forza solidale a non temere nei confronti dei suoi nemici. La terza definizione di Dio è ‘baluardo’ che si trova ripetutamente nei salmi 18,3;28,8; 31,3-5; 37,39; 43,2; 52,9; Sir 51,2-5 (Ravasi). Il baluardo allude a un luogo dove ci si rifugia dall’attacco dei nemici. Per il salmista Dio è il baluardo che lo protegge e lo difende. Infatti nel.v.5 trova la conferma di quanto Dio è il suo baluardo, ‘Egli mi fa riparare nel suo tabernacolo nel giorno della sventura. Mi nasconde nel segreto della sua tenda, mi solleva sulla rupe’.

In seguito nei versetti 4-6: Vivaldelli indica qualche spostamento (luoghi, verbi, sostantivi) rispetto dei versetti precedenti (vv.1-3); dal campo di battaglia al tempio; dal combattimento alla preghiera; dall’’accamparsi’ e dal‘divorare’, al ‘domandare’, ‘cercare’, ‘abitare’, ‘contemplare’, ‘ammirare Jhwh’; dallo ‘scontro’ con i nemici all’’incontro’ con Jhwh. Infatti nel v.5 la preghiera/il desiderio dell’orante di abitare nella casa di Dio viene confermata poiché Dio lo nasconde nella sua tenda e lo solleva sulla rupe. Dopo aver sperimentato l’intervento di Dio nel v.5, ora nel v.6 l’orante proclama la vittoria e reagisce ringraziando Dio nel culto e nella preghiera con sacrifici e canti. Quindi c’è uno spostamento/cammino dalla battaglia alla liturgia, dalla minaccia dell’accampamento dei nemici alla dimora nel tempio di Dio. Nella seconda parte il salmista va più in profondità nella sua ricerca: dal cercare e abitare nel tempio al cercare il volto di Jhwh, ‘il tuo volto, Jhwh, io cerco’, cioè manifesta il desiderio profondo dell’orante è conoscere Dio.

2.      Parte seconda (vv.7-14): cercare di trovare il volto di Jhwh


In questa seconda parte il rapporto tra salmista e Dio è dialogico identificando Dio con il ‘Tu’. Dio viene interpellato in seconda persona singolare con ciò si entra anche nel genere della supplica direttamente rivolta a Dio. Questa parte del salmo esprime il tono di fiducia, come nella prima parte, basandosi sul desiderio dell’orante a cercare Dio (vv.4 e 8) e a chiedere che Dio lo ascolti (vv.7 e 9). Colui che cerca Dio presume già un affidarsi a Dio. Vivaldelli dice che cercare Dio nel libro del Deuteronomio significa lasciarsi guidare dalla sua parola perché Dio stesso troverà il suo popolo mediante la sua Parola (Dt 4,29-30). Questo lasciarsi trovare da Dio avviene nel tempio di Gerusalemme (cfr.Dt 12,5). L’orante del Sal 27 pronuncia ‘il tuo volto, Jhwh, io cerco’ per mostrare il suo desiderio o la sua disponibilità ad essere trovato da Dio mediante la Parola di Dio nel tempio. ‘Il tuo volto, Jhwh, io cerco’ “è una volontà che decide di abbandonarsi fiduciosamente alla presenza di Dio e della sua parola, così da lasciarsi raggiungere e rimodellare dalla grazia divina,”(Vivaldelli).
Colui che chiede a Dio di ascoltarlo assume la consapevolezza che Dio può ascoltarlo (vv.7 e 9). La richiesta di essere ascoltato da Dio rivela la fede dell’orante in Dio. Questa sua fede in Dio trova la sua adesione forte nel v.10: Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma Jhwh mi ha raccolto. 

Il salmista è convinto che l’amore di Jhwh è più forte e profondo dell’amore dei suoi genitori. Nel verbo ‘ascoltare’ il fedele dichiara che Dio possa ascoltarlo. ‘Ascolta, Jhwh, la mia voce’ (v.7a): Alla base di questo grido rivela la fede di un Israelita che Jhwh possa ascoltarlo perché solo Dio è il vivente, l’unico Signore in grado di ascoltare la preghiera dei suoi fedeli (cfr.1Re 37) e il grido di dolore del suo popolo nella schiavitù in Egitto. Quindi c’è la fede su Dio che sa ascoltare. Vivaldelli dice, per quanto riguarda l’ascoltare, “Ascoltare’ è dunque, entrare in comunione con la situazione di un altro; condividerla. È già un lasciarsi interpellare e coinvolgere da un altro, un dover prendere posizione rispetto alla sua attenzione rispetto alla sua vita. Chi ascolta non può accamparsi dietro la giustificazione del non sapere; assume già una responsabilità, prima ancora di rispondere. Allo stesso modo, chi chiede ascolto e attenzione esprime già la fiducia che colui che ascolta possa esaudirlo, sa che quell’udienza concessa da una persona di riguardo non potrà non procurare benefici alla sua vita.”
Il grido ‘abbi pietà di me. Rispondimi!’(v.7b) contiene la certezza della bontà di Dio verso il suo popolo. Il salmista non chiede solo la bontà di Dio ma esprime la sua convinzione che Dio si prende cura e interviene a liberarlo dal pericolo dei suoi avversari(v.12). Questa pietà di Dio lo attira ad avere più fiducia in Dio. Quindi questo grido rivela la sua speranza finale che sta solo nell’intervento di Dio (v.14). Alla fine questo grido di supplica non nasce dalla disperazione di essere abbandonato da Jhwh, ma nasce dalla coscienza di essere amato e scelto da Jhwh. Il salmista sa che Jhwh lo ascolterà da cui la sua fiducia e speranza in Jhwh.
Quindi ricordando Dio come sua luce e salvezza e suo baluardo permette di resistere e di vincere dall’attacco dei nemici e ancora di più lo attira o lo spinge a trovare Jhwh nel suo tempio.

La lettura cristiana del salmo 27 (26)

Questo salmo risuona varie volte in questi passaggi nel Nuovo Testamento. La luce:‘Jhwh è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Jhwh è baluardo della mia vita, di chi avrò terrore?;v.1’: questa preghiera ricorda l’affermazione di Gesù in Gv 8, 12: Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita. Lo stesso evangelista, nel prologo dice, ‘In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta’ (Gv 1,4-5). Di chi avrò paura? Di chi avrò terrore (v.1) queste parole del salmista ci ricordano le parole di Paolo ai Romani: Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?...Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (Rm 8,31.35).


 La ricerca di Dio è il tema centrale di questo salmo espressa in questi versetti: “Di te ha detto il mio cuore: Cerca il suo volto! Il tuo volto, Jhwh, io cerco. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, o Dio della mia salvezza!” (vv.8-9). Se nel salmo il salmista cerca Jhwh nel suo tempio, nel Nuovo Testamento Dio non si trova nel tempio anzi nessuno può trovarlo (‘nessuno ha mai visto Dio…1Gv 4,12) se non è in Gesù Cristo, ‘Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è in Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato’(Gv 1,18). Infatti Gesù dice, “Chi ha visto me, ha visto il Padre…Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete in me: io sono nel Padre e il Padre è in me.” (Gv 14, 9-11). Quindi Dio si è reso visibile in Gesù Cristo e in Lui solo l’uomo può conoscere e incontrare Dio. Vedendo la vita e l’insegnamento di Gesù possiamo cogliere che Dio non è indifferente alla nostra supplica. Ci vuole la fede in Lui per accogliere questa sua presenza e solidarietà.

Il tono di supplica della preghiera del salmista mi fa ricordare il grido di Gesù sulla croce, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34). Questo grido non è un grido di disperazione come se Dio lo dimenticasse o abbandonasse. Anzi, in questo grido, Gesù esprime la sua confidenza e figliolanza in Dio. Gesù sa che Dio non lo abbandonerà e sa che Dio risponderà alla sua preghiera. Quindi la consapevolezza di essere sostenuto, amato e scelto da Dio è la forza dell’uomo di Dio.



Bibliografia
G. Ravasi, Il libro dei Salmi 1, EDB, Bologna 1981, pp. 493-507.
L. Alonso Schökel, I Salmi 1, Borla, Roma 1991, pp. 498-513.
G. VIVALDELLI, Il signore è mia luce e mia salvezza, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2014, pp. 1-178.
D. M. Turoldo – G. Ravasi, Lungo i fiumi…I Salmi. Traduzione poetica, San Paolo, Milano 1987, pp. 89-92.
S. RINAUDO, I salmi: preghiera di Cristo e della Chiesa, Elle Di Ci, Torino-Leuman, 1973, pp.185-189.







[1] Il testo viene preso dalla traduzione di G. Ravasi, Il libro dei salmi, pp.493-494.